La mia non collezione di dischi

L’amico Disappunto, che in realtà si chiama Francesco Farabegoli e non è per niente mio amico anche se fra di noi corre grande stima – soprattutto da parte sua nei miei confronti – questo amico che io non conosco neppure, ma che rispetto tantissimo, se ne esce spesso con delle belle idee, idee che mi sembra facciano in modo che noi, noi tutti, si parli, anche da lontano, che si ragioni sulla cosa, che si scriva. L’ultima di queste idee è un’adunata a de-scrivere la propria collezione di dischi, su Bastonate. Io non ce l’ho una collezione di dischi, quindi la cosa mi è venuta davvero semplice. Naturalmente questi discorsi sono eterni, non finiscono mai. Il mio contributo inizia dopo questo schifo di foto.

Non ho mai posseduto una collezione di dischi, proprio come non ho mai posseduto una collezione di vestiti. Nel senso che i pochi dischi che posseggo li posseggo con le stesse logiche che regolano il possesso dei miei pochi vestiti: desiderio, bisogno, senso di utilità della cosa, disponibilità economico-finanziaria, casualità randomiche. I dischi che non ho mai avuto non li ho mai avuti perché non ne ho mai sentito il desiderio, non ne ho mai avuto bisogno, non si è mai verificata l’occasione tale che il possederli potesse sembrarmi di una qualche utilità. I dischi che posseggo a un certo punto è stato inevitabile comprarli, proprio come per i vestiti. Comprati ai negozi o in un tempo remoto sul catalogo Nannucci. Ultimamente mi è arrivato qualche promo che sta ancora lì: è troppo più facile ripparli in mp3 e archiviarli nell’hard disk da quando non ho più un lettore CD. Poi è cambiato l’ascolto, ma io a tutte quelle teorie comunicative tendenti a generalizzare ogni storia personale ci credo poco. Per me l’ascolto è cambiato da quando, la sera dopo il lavoro, ho iniziato a tornare a casa a piedi. E ho iniziato a tornare a casa a piedi dal lavoro per un’altra serie di circostanze che non c’entrano nulla con tutto questo, la più importante delle quali è che ho smesso di fumare da pochissimo, e all’inizio, per ignorare l’impulso alle diecimila sigarette che ti salta addosso dopo una giornata di lavoro e sedare il nervoso della mancanza coatta di nicotina, mettermi a camminare mi è tornato molto utile. Poi mi piace camminare: è ecologico ed economico e puoi sentirti dei dischi interi e ragionarci su e farti un sacco di pippe mentali. Dal momento che il mio lettore mp3 non gestisce le playlist e non mi va di caricarci le cartelle miste, succede che mi ascolto i dischi dall’inizio alla fine, e questo dovrebbero pur spiegarmelo i sociologi del 2.0, quelli del singolo brano venduto a novantanove centesimi. Sono tornato ad ascoltarmi i dischi per intero da quando ho smesso di fumare; ascoltandomeli mentre cammino per cinque-sei chilometri ogni sera mi faccio delle idee grosse, costruisco dei sistemi filosofici che poi distruggo senza pietà (questo, naturalmente, non va bene se vuoi scrivere delle recensioni, perché non arrivi mai al punto, non arrivi a chiudere le questioni aperte, ma questa è un’altra storia). L’ultima volta è toccato a Nati per subire degli Zen Circus e a Deceit dei This Heat. Ma non divaghiamo.

La mia non collezione di dischi è quella di una persona che tiene poco alle cose in sé, agli oggetti, è la raccolta incostante di uno che si scoccia facilmente, che ha fatto un determinato numero di traslochi e che a un certo punto, dopo il conseguimento del Pezzo Di Carta, se n’è tornato per un po’ all’ovile, ha scaricato i cartoni di CD in garage e ha chiuso la porta. Ecco: quei cartoni sono ancora lì, da quando mi sono laureato, più o meno, e siccome non vado a controllare da un bel po’ temo che la muffa abbia fatto il suo dovere, e questa paura fa in modo che, ogni volta che progetto di andare a fare ordine, in realtà succede che non ci vado, e potrà andare avanti così all’infinito – la mia non collezione di dischi che marcisce chiusa dentro gli scatoloni presi sul retro della mensa dei collegi di Urbino, una roba per cui molti di voi puristi della Billy stipata di vinili adesso potrebbero rabbrividire dallo schifo, figuriamoci se vi dicessi che quella non collezione di dischi in realtà non è nemmeno così cospicua come ci si aspetterebbe da uno che ha la pretesa di scrivere di musica, potrebbero essere duecento CD e una cinquantina di cassette, nessun vinile, pochi dischi masterizzati (il correttore aveva appena corretto con “martirizzati” e questo è il senso nascosto del tutto, per il momento) perché la possibilità di masterizzarmi i CD era arrivata insieme alla possibilità di ripparmeli in mp3 e quindi cosa avrei dovuto fare. Altri ne ho qui, di CD, sono chiusi dentro un armadio vuoto, in camera, a trecento chilometri da quegli altri, impilati alla cazzo. Non sono buono a tenere le cose, non fa per me l’idea dell’archivio, dell’ordine e della logica con cui organizzare i possedimenti culturali. Continuo a ritenere i negozi di dischi dei luoghi belli, davvero, e ritengo che la loro scomparsa lascerà un vuoto nel piccolo mondo antico, però l’ultimo CD che ho comprato in un negozio (Bill Callahan, Apocalypse) l’ho pagato la bellezza di venti euro, era un digipack senza uno straccio di libretto e a un certo punto dovete anche mollarmi, cazzo: avrò il diritto di ritenere la mia non collezione di dischi qualcosa che può stare su una scrivania virtuale chiamata desktop, in una cartellona virtuale chiamata Lithium Juke-Box,  piena di sottocartelle che il sistema vigente in materia di copyright riterrebbe illegali e tutto il resto, no?

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