Il simbolo ultimo di tutto l’amore e di tutta la merda che c’è nella storia del rock

Aver tirato su i Velvet Underground, che sono stati il gruppo più influente e oltranzista e incasinato degli anni Sessanta, a parte le rarissime eccezioni che alla lunga la storia ha messo a debita distanza dai Velvet Underground in una potenziale scala Richter che indica il grado di influenza e di filiazione di nuove forme musicali a venire. I Velvet Underground, di nome e di fatto, che non vedevano il sole per mesi interi, a New York, e cantavano le lodi delle droghe e del travestitismo e della più assoluta e dissennata promiscuità mentre il resto del mondo era Flower Power e acid test presi bene al sole della California (dall’altra parte dell’oceano, invece, uno che pure aveva cantato il travestitismo e le droghe e gli spazi immensi della visione, ma senza fuzz né marciumi metropolitani oscuri di contorno, stava comunque impazzendo, sprofondando nel suo abisso personale, uno parallelo e complementare a Lou Reed per grandezza e importanza dell’eredità e per il senso della sfida e del limite dell’uomo prima che del musicista. E non so perché in questo momento penso a Syd Barrett, pure a lui).

I Velvet Underground, insomma: quei gruppi che irrompono nella storia, stanno insieme al massimo un lustro, fanno una manciata di dischi e cambiano per sempre i connotati dell’esperienza umana della musica della vita del tempo.

velvet-underground

Il fuzz incolore di Waiting for the man, la liturgia sacrale di Venus in furs, i tamburi battenti e i feedback in libera uscita di Heroin, All tomorrow’s parties che verrà coverizzata splendidamente dal miglior Nick Cave con i migliori Bad Seeds, il disco con Nico e un commento epocale che la vulgata attribuisce a Brian Eno (“Quel disco l’avranno comprato un migliaio di persone, e ognuno di loro ha poi tirato su un gruppo”), White light/White heat e Sister Ray, e quell’immagine in cui un poliziotto va ad abbassare il mixer che è posto dietro i musicisti, sul palco, e lui, Lou, con la chitarra in mano e i soliti occhialoni scuri. Quanto è stato tutto praticamente ovunque, negli anni a venire, fino a qui, fino a me che scrivo su questo monitor scassato cercando di capire e di realizzare (perché non lo realizzo senza scriverlo, ed è questa la fottitura) che l’eredità di Lou Reed e dei Velvet Underground è massiva e scomposta e sfaccettata e disintegrata, così che i Velvet Underground, nella persona di Lou Reed, hanno anticipato sia il punk più primitivista e selvaggio che le canzoncine dolci di orde di band del terzo millennio con gli xilofoni giocattolo, la no wave più dissonante ignorante eppure magnificamente colta, l’esplorazione sonora dissacrante e orribile, il RUOCK vero fatto di riff ed elettricità, il pop d’autore quasi crooner di un pezzo di bellezza aliena e confortante come A perfect day, canzoncina meravigliosa che riesce a far twittare anche i cardinali, pur parlando, as usual, della roba. E poi du dudù dudù du du du du, hey honey, take a walk on the wild side.

Non ascolto un pezzo del vecchio Lou da tanto di quel tempo. Non ho mai visto un concerto di Lou Reed. Ho visto una volta John Cale, ma non so se vale.

Essere comunque sopravvissuto a se stesso oltre ogni aspettativa, fino all’altra sera (settantuno anni sulla pellaccia di Lou Reed sono comunque almeno il triplo sulla pelle di qualsiasi altro essere umano, fatti salvi pochissimi eccezionali esseri umani i cui valori sanguigni andrebbero spediti nello spazio). Essere scampato soprattutto all’idea di se stesso come mostro sacro, essersi sporcato le mani e la reputazione con opere e progetti di poco conto e di dubbio gusto come l’ultima cosa con i Metallica.

Di nuovo nei tardi Sessanta. L’Exploding Plastic Inevitable, Warhol, la Factory e poi la rissa infinita fra lui e quell’altro genio intossicato di Lester Bangs, che dopotutto era una di quelle forme di amore e dipendenza fra maschi adulti troppo narcisisti per riconoscerlo e per riconoscere l’importanza dell’altro verso se stessi. Lester Bangs che dice di avergli fatto praticamente da addetto stampa, al povero triste irriconoscente nonché stronzissimo Lou Reed.

E tutti gli anni settanta e ottanta e il riff di Sweet Jane nella versione live di Rock’n’Roll Animal che è autentica epifania rock, nel senso di una visione obliqua e spiazzante ad opera di uno dei riff più iconici della storia dei riff e dunque del rock. Il Riff di tutti i Riff, anche se suona cacofonica questa frase di merda. Vorrei parlare del momento esatto in cui l’introduzione si scioglie, senza sfumature senza fading, solo una virata pazzesca nel mare mosso del rock’n’roll più vero, un oceano di elettricità feedback amplificatori valvolari distorsori chitarre fender, l’introduzione che sembra più uno scherzo, un pezzo bellissimo con quell’aria da proviamo gli strumenti, scaldiamoci (ma niente di serio, eh, solo del sano rock’n’roll come sappiamo suonarlo noialtri), e pian piano incastriamo i pattern, e poi dopo tre quattro minuti la cosa diventa granitica e noi cambiamo scala e iniziamo per davvero. Facciamo entrare il monolite, insomma, lo piazziamo al centro del salotto e vediamo cosa succede. Succede una magia, più o meno, il cambio dell’accordo e la virata di scala, non è cosa semplice perchè devi rigirare in se stesso un intero sistema di valori, un sistema solare, una galassia simbolica e concreta, e devi farlo nel giro di un singolo accordo sulla tastiera di una chitarra elettrica. Una fatica di Ercole, ma davvero. Se sei Lou Reed la porti a casa con niente. Parte il riff di Sweet Jane e mi piace pensare il pubblico imbambolato, le mandibole penzolanti nel buio caldo della sala, gli sguardi bovini persi ottusi (ché il rock ci rende tutti immensamente più intelligenti ma certo rock ci rende tutti molto molto stupidi, palensandosi inarrivabile, prendendoci a sberle, mostrandoci la nostra pochezza e indicandoci la strada che non avremo il coraggio di percorrere), il tempo di reazione che separa l’inizio di Sweet Jane dall’applauso con cui il pubblico si sveglia, il tempo di reazione, lunghissimo, infinito. Il solletico ineffabile sulla corteccia cerebrale, un senso dello star bene che vale tutto.

Il rock’n’roll è sempre stata una questione seria, dannatamente seria, per il rock’n’roll la gente dovrebbe morire, aveva scritto Lou Reed. Ha fatto uscire per la RCA prima Sally can’t dance e poi Metal Machine Music, e lo capisci che questo signore vestito in pelle può permettersi di tutto, dalle frivolezze più estenuanti del rock FM alle frequenze assassine dei feedback assortiti stratificati nell’album più totalista intransigente esplorativo colto e pigliainculo di tutta la storia del rock, intendendo per storia del rock null’altro che la faccenda privata di Lou Reed nell’anno 1975. Tempo di successi planetari, di triumvirati senza appello fra lui, Bowie e Iggy, di violentissimi scazzi con l’industria.

(foto via)

Metal Machine Music nelle parole di Paul Morley, che scrive una recensione esorbitante e assurda, cavalcando una scrittura grandiosa, e lo fa in una lunghissima nota, anche marginale, all’interno di un libro corposissimo e orientato a indagare la forma e la sostanza di tutta la musica popular:

Ogni lato durava sedici minuti e un secondo, anche se in realtà… era consigliabile ascoltarlo a 16 giri, perché a quella velocità le piaghe, le croste della musica, si riaprivano di colpo e secernevano un po’ di umidori lubrificanti. A 16 giri, MMM iniziava a singhiozzare, a versare lacrime di disperazione, o di esasperazione, e vi accorgevate che, per la stronzata che era, era qualcosa di veramente commovente e che Lou Reed ci aveva messo tutta l’anima e il cuore… La cosa migliore che si poteva fare era ascoltare MMM… a 1 o 2 giri al minuto, e l’album non solo singhiozzava e versava lacrime dai suoi occhi ciechi, ma cominciava a gemere e sospirare come in un atto di autoerotismo e allora vi rendevate conto che ciò che Lou Reed aveva fatto era stato mettere in forma di disco un atto di masturbazione. Lou Reed aveva riprodotto il suono che avete in testa quando vi masturbate, il feedback dello spirito che si avvicina all’orgasmo, il rumore della liberazione estrema…

Per ottenere questi suoni Lou Reed ha disposto alcuni microfoni davanti a una serie di casse e ha lasciato che il feedback aumentasse fino a diventare una furia scatenata, poi ha fatto partire un registratore e ha lasciato lo studio… In altri termini è la dichiarazione d’amore di Lou Reed per la chitarra elettrica, anche se non ha usato la chitarra elettrica…

Se siete davvero dentro questo genere di cose, il genere di cose che fa sì che passiate tutta la vita dentro il rumore, e il rumore del rumore, la bestia del rumore, il sangue del rumore, se pensate davvero che il rumore possa rendervi liberi o intrappolarvi dentro voi stessi nel modo in cui volete esserlo… è l’inizio della musica industriale, l’avvio del punk, l’utero dei Sonic Youth, il big-bang del terrorismo dell’arte del rumore, gli albori tetri del japanoise… è Music for airports di Lou Reed. È il suono della città virtuale cyber-punk vent’anni prima che si materializzasse una cosa del genere. È la fine dell’energia originaria del rock e l’inizio di qualcos’altro, in cui un viaggio lineare diventava multi-dimensionale, in cui la chitarra era sostituita dalla macchina… Il disco ha venduto velocemente 100.000 copie sulla scia di Sally can’t dance, anche se poi molti hanno riportato indietro il disco dicendo che era “difettoso”. La compagnia discografica non era in grado di fornire alcuna risposta, visto che si stava ancora rimettendo dalla scoperta di avere sotto contratto un autentico nichilista… Non potrei in alcun modo scrivere una storia della storia della musica da chi cazzo sa quando a non so dove senza fare un gran casino attorno a MMM; oppure potrei ignorarlo completamente e il fatto stesso di ignorarlo sarebbe come ammettere che MMM è il simbolo ultimo di tutto l’amore e di tutta la merda che c’è nella storia del rock.

Ascoltatelo per intero, io non ce l’ho mai fatta, e non credo che mi manchino gli anticorpi verso questo genere di cose.

Ecco. Si augura buon viaggio, in questi casi. Ma la meta è comunque ignota.

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