L’odore di buono

È da molto tempo che volevo scrivere un racconto su questo fatto macabro. Alla fine l’ho scritto per questa iniziativa, ma mi sa che mi è andata male. Buona lettura.

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L’ODORE DI BUONO

Di questa storia non ne sapevo nulla prima di ritrovarmi in casa un CD di un gruppo italiano che risponde al nome di Splinter Vs Stalin. Gli Splinter Vs Stalin fanno una musica atonale, rumorosa e con vista sul Lato Oscuro, una musica elettronica feroce che prende il nome di harshnoise, una specie di brutale evoluzione dei power electronics di tanto tempo fa. Se ascoltate gente come i Wolf Eyes sapete di cosa parlo. Feedback assassini, distorsioni afasiche, ritmi cupi e deflagrazioni di frequenze spurie. Una musica catartica, totale, violenza sonora applicata ai segnali dei mixer digitali in loop, dei microfoni a contatto, dei pedalini distorsori reverberi saturazioni. Sommerse da questa coltre di elettricità deforme, urla non più umane in risalita dal centro bollente del pianeta. Non so se questi tizi suonino ancora. Magari non hanno retto l’impatto, e indotti dai messaggi neanche troppo impliciti delle loro stesse espressioni sonore si sono uccisi. O forse hanno lasciato perdere e fanno felicemente i giardinieri. Li ho visti in concerto, una volta, e dopo il concerto ci siamo scambiati i CD: io ho dato loro una copia di ******* e loro mi hanno dato Eravamo così felici, da cui parte questa storia tristissima.

Stando alla cronaca la storia è semplice e si svolge a Orsara Bormida, in Piemonte, dalle parti di Acqui Terme. A Orsara Bormida, una trentina di case e due strade in croce, vivono Mirko Sartori e la madre, Anna Pelloni, classe 1931. Nel gennaio del 2006 Mirko Sartori ha 35 anni. I due risiedono a Orsara Bormida da una decina d’anni: sono arrivati nel 1997. La madre è vedova. Non hanno mai stretto rapporti con i residenti. Questa storia parte dall’unica persona interessata alla coppia madre-figlio, il proprietario della casa affittata ai due. Non avendo da tempo notizie di Madre e Figlio, decide di andare a trovarli: così, per vedere se sono ancora vivi, che non si sa mai. Dal citofono nessuna risposta: il proprietario decide di entrare dal garage. Le cronache di quanto successo iniziano da questo momento. Nel garage, il proprietario si accorge di un particolare insolito, nella penombra del tardo pomeriggio invernale: la Fiat Panda rossa è parcheggiata sbilenca, un po’ storta sulla ruota anteriore destra (o su quella sinistra, le cronache non riportano questo particolare, ma tanto la cosa è secondaria). In pratica, la Panda è parcheggiata sopra il corpo senza vita di Mirko Sartori. In un articolo del Corriere si parla di torace sfondato, ma leggendo un post su Carmilla firmato da Danilo Arona scopriamo che l’autopsia ha rilevato la morte del giovane per infarto o colpo apoplettico, e che il torace in realtà non è stato sfondato. Mirko Sartori stava eseguendo dei lavori di manutenzione e il cric deve aver ceduto. Sfiga, senza dubbio. Ma è solo l’inizio.

Il proprietario di casa chiama i carabinieri, che una volta accorsi sul posto si danno ad ispezionare la casa: soprattutto, devono avvisare l’anziana madre. Un primo dettaglio è che non c’è la luce: le bollette non pagate dai due inquilini sono arretrate di diversi mesi, e le utenze sono state scollegate. Dunque c’è buio pesto. Alla luce delle torce, i carabinieri si fanno largo in una scena frammentata, un mosaico inquietante. Non è difficile immaginarli mentre si muovono incuriositi e allo stesso tempo inorriditi dalla situazione. In effetti, è facile anche immaginarseli con le torce. Per dire che mi sto inventando dei dettagli senza però stravolgere i fatti. Uno dei due carabinieri tirerà qualche bestemmia, l’altro farà finta di niente anche se sta morendo di paura. La casa è un troiaio. Non sembra più nemmeno una casa: per terra e sui mobili è pieno di bottiglie piene d’acqua, di scatole di medicinali, roba alla rinfusa. Oggetti. Sporco. C’è un disordine che è alienazione totale, isolamento, depressione. Un groviglio di merda, insomma. Puntando le torce, i carabinieri scoprono che ogni centimetro quadrato delle pareti è ricoperto di scritte precise e minuziose, certamente dettate da un cervello che sta chiedendo aiuto, una mente allo sbando che sta chiedendo aiuto a un muro, per dire. Una delle scritte fa così: Il 20 novembre 2002 ho trovato mia madre morta. Erano circa le 23.30. Pur non godendo di ottima salute, non potevo presagire un evento simile. Questo testo è anche il testo del secondo pezzo del disco degli Splinter Vs Stalin, che è un concept dedicato alla vicenda. Mirko Sartori è l’autore involontario dei testi di questo disco, che tratta di una vicenda angosciosa, una vicenda di solitudine e follia. Provate ad ascoltarlo mentre leggete queste righe, davvero. Lo troverete liberatorio e vi aprirà a una parte dell’umano che probabilmente non vorrete mai più vedere.

I carabinieri seguono le tracce di quanto scritto sulle pareti, e c’è davvero scritto di tutto, dalle invocazioni a Gesù, alle invocazioni alla gente del posto (AIUTATEMI AIUTATEMI AIUTATEMI) a un tale di nome Ernesto che pare sia “fondatore del Sermig”, a quanto si legge sempre su Carmilla (Ernesto, ti prego, aiutami nel cammino improbo che spero mi conduca a divenire un uomo degno di questo nome). (Ma soprattutto, il Sermig: che diavolo è il Sermig? Non ho voglia di informarmi. )

"Mamma ti prego perdonami per gli errori di ortografia"
“Mamma ti prego perdonami per gli errori di ortografia”

Il punto della questione, il gancio nello stomaco, ve lo servo adesso: Il corpo di mia madre è di sopra, vi prego fate attenzione quando aprite l’armadio perché sulla testa ha un’effigie della vergine appesa ad un chiodo debole, cadendo potrebbe farle male. Il corpo della madre di Mirko Sartori è chiuso dentro un armadio da più di tre anni. Devo ripeterlo? Dentro l’armadio c’è il cadavere di Anna Pelloni, e quel cadavere è lì da più di tre anni. Nessuno in paese aveva mai notato nulla di strano attorno a Mirko Sartori, a parte il fatto che Mirko Sartori era probabilmente tappato in casa, in un armadio un po’ più grande, tre stanze al primo piano. Ancora vivo. Questa storia è scritta sulle pareti della casa, illuminate dalle torce dei carabinieri che immaginiamo piuttosto sbigottiti; intanto il cadavere di Mirko Sartori è ancora in attesa che qualcuno lo tiri via dalla scomoda posizione sotto la ruota della Panda.

La pensione della signora Anna Pelloni veniva regolarmente ritirata con delega dal figlio, che continuava ad acquistare le medicine che servivano alla madre (pardon, le medicine che le erano servite). Scatole di medicinali disseminate in giro. Seguono un po’ di estratti.

Quando ho visto che mia madre era morta è come se fossi morto io. Non potevo assolutamente accettare che non ci fossi più, che il cordone ombelicale venisse reciso, questa volta mi veniva chiesto di nascere davvero e io ho detto no, ho avuto paura, terrore di crescere, panico di vivere e così ho deciso di restare nel suo grembo. L’ho lavata per sentire il suo odore di buono e non di morte.

"Fate attenzione quando aprite l'armadio"
“Fate attenzione quando aprite l’armadio”

In mezzo agli orditi delle scritte a pennarello, c’è il disegno del volto di Gesù Cristo con la corona di spine e i rivoli di sangue che gli scendono dalla fronte: Gesù consentimi di venire un giorno… attraverso la consapevolezza e il pentimento, le redenzione dei miei peccati e della mia empietà, consentimi di sanare la piaga dolorosa e sanguinante che sono ora.

E ancora, la manifesta impossibilità del vivere: Mamma ti prego tienimi per sempre nel tuo grembo. Ho paura di nascere. Ho panico di crescere. Sì, è una storia di depressione e follia. Il mio corpo, se avrò la debolezza di abbandonarmi al maligno, lo troverete nella mia stanza, sopra quello della mamma. Ma sembra non volermi, già due volte ho tentato il suicidio in modo di essere sicuro di non sopravvivere, ed entrambe le volte un intervento celeste e prodigioso mi ha miracolato.

Tutto questo è scritto a pennarello, con un senso piuttosto sviato della composizione e del lettering, sulle pareti di tutta la casa. I muri come lastre di stampa, una finta litografia dall’effetto avant-pop, street art domestica, terrore orrore disintegrazione. Le foto di alcuni particolari sono riprodotte sul libretto del CD; in copertina c’è una foto dall’esterno della casa, in primo piano un carabiniere. La foto è stata oscurata con un filtro. Il packaging è di cartoncino martellato, grammatura abbastanza alta, in formato digipack piuttosto artigianale. Sul cartoncino, al lato interno, una serigrafia in due colori raffigurante la signora Anna Pelloni con l’effigie della Madonna in testa, in chiave parecchio storta, pop-deviata, disturbata. In aggiunta, un simpatico gadget per gli affezionati: nella bustina del CD ci sono due spillette: in una è raffigurata la signora Anna Pelloni, nell’altra suo figlio Mirko Sartori.

Anna Pelloni è morta a 71 anni davanti alla pagina 420 del televideo. Così l’ha trovata il figlio, che ha archiviato la cosa nel suo diario murale. Poi è caduto nel gorgo di se stesso. Era il 2002. Se si moltiplica 2002 per 420 e si divide il risultato per 71, ne viene fuori il numero 11842,81, che in una cabala costruita attorno a questa storia è il numero del disagio e del mal di vivere. Volendo, è anche il numero di telaio della Panda parcheggiata sul torace di Mirko Sartori, è il codice della mutua della signora Anna Pelloni, è la distanza in chilometri tra Orsara Bormida e un qualsiasi posto più felice e solare. Questa storia mi gira in testa da quando ho sentito per la prima volta quel dannato CD. Penso che non sarebbe affatto male scriverci qualcosa: qualche volta dovrò farlo. Si intitolerà L’odore di buono. E forse dovrei iniziare a considerare Eravamo così felici degli Splinter Vs Stalin il più grande disco della musica italiana di sempre. Ma non so se me la sento.

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Il simbolo ultimo di tutto l’amore e di tutta la merda che c’è nella storia del rock

Aver tirato su i Velvet Underground, che sono stati il gruppo più influente e oltranzista e incasinato degli anni Sessanta, a parte le rarissime eccezioni che alla lunga la storia ha messo a debita distanza dai Velvet Underground in una potenziale scala Richter che indica il grado di influenza e di filiazione di nuove forme musicali a venire. I Velvet Underground, di nome e di fatto, che non vedevano il sole per mesi interi, a New York, e cantavano le lodi delle droghe e del travestitismo e della più assoluta e dissennata promiscuità mentre il resto del mondo era Flower Power e acid test presi bene al sole della California (dall’altra parte dell’oceano, invece, uno che pure aveva cantato il travestitismo e le droghe e gli spazi immensi della visione, ma senza fuzz né marciumi metropolitani oscuri di contorno, stava comunque impazzendo, sprofondando nel suo abisso personale, uno parallelo e complementare a Lou Reed per grandezza e importanza dell’eredità e per il senso della sfida e del limite dell’uomo prima che del musicista. E non so perché in questo momento penso a Syd Barrett, pure a lui).

I Velvet Underground, insomma: quei gruppi che irrompono nella storia, stanno insieme al massimo un lustro, fanno una manciata di dischi e cambiano per sempre i connotati dell’esperienza umana della musica della vita del tempo.

velvet-underground

Il fuzz incolore di Waiting for the man, la liturgia sacrale di Venus in furs, i tamburi battenti e i feedback in libera uscita di Heroin, All tomorrow’s parties che verrà coverizzata splendidamente dal miglior Nick Cave con i migliori Bad Seeds, il disco con Nico e un commento epocale che la vulgata attribuisce a Brian Eno (“Quel disco l’avranno comprato un migliaio di persone, e ognuno di loro ha poi tirato su un gruppo”), White light/White heat e Sister Ray, e quell’immagine in cui un poliziotto va ad abbassare il mixer che è posto dietro i musicisti, sul palco, e lui, Lou, con la chitarra in mano e i soliti occhialoni scuri. Quanto è stato tutto praticamente ovunque, negli anni a venire, fino a qui, fino a me che scrivo su questo monitor scassato cercando di capire e di realizzare (perché non lo realizzo senza scriverlo, ed è questa la fottitura) che l’eredità di Lou Reed e dei Velvet Underground è massiva e scomposta e sfaccettata e disintegrata, così che i Velvet Underground, nella persona di Lou Reed, hanno anticipato sia il punk più primitivista e selvaggio che le canzoncine dolci di orde di band del terzo millennio con gli xilofoni giocattolo, la no wave più dissonante ignorante eppure magnificamente colta, l’esplorazione sonora dissacrante e orribile, il RUOCK vero fatto di riff ed elettricità, il pop d’autore quasi crooner di un pezzo di bellezza aliena e confortante come A perfect day, canzoncina meravigliosa che riesce a far twittare anche i cardinali, pur parlando, as usual, della roba. E poi du dudù dudù du du du du, hey honey, take a walk on the wild side.

Non ascolto un pezzo del vecchio Lou da tanto di quel tempo. Non ho mai visto un concerto di Lou Reed. Ho visto una volta John Cale, ma non so se vale.

Essere comunque sopravvissuto a se stesso oltre ogni aspettativa, fino all’altra sera (settantuno anni sulla pellaccia di Lou Reed sono comunque almeno il triplo sulla pelle di qualsiasi altro essere umano, fatti salvi pochissimi eccezionali esseri umani i cui valori sanguigni andrebbero spediti nello spazio). Essere scampato soprattutto all’idea di se stesso come mostro sacro, essersi sporcato le mani e la reputazione con opere e progetti di poco conto e di dubbio gusto come l’ultima cosa con i Metallica.

Di nuovo nei tardi Sessanta. L’Exploding Plastic Inevitable, Warhol, la Factory e poi la rissa infinita fra lui e quell’altro genio intossicato di Lester Bangs, che dopotutto era una di quelle forme di amore e dipendenza fra maschi adulti troppo narcisisti per riconoscerlo e per riconoscere l’importanza dell’altro verso se stessi. Lester Bangs che dice di avergli fatto praticamente da addetto stampa, al povero triste irriconoscente nonché stronzissimo Lou Reed.

E tutti gli anni settanta e ottanta e il riff di Sweet Jane nella versione live di Rock’n’Roll Animal che è autentica epifania rock, nel senso di una visione obliqua e spiazzante ad opera di uno dei riff più iconici della storia dei riff e dunque del rock. Il Riff di tutti i Riff, anche se suona cacofonica questa frase di merda. Vorrei parlare del momento esatto in cui l’introduzione si scioglie, senza sfumature senza fading, solo una virata pazzesca nel mare mosso del rock’n’roll più vero, un oceano di elettricità feedback amplificatori valvolari distorsori chitarre fender, l’introduzione che sembra più uno scherzo, un pezzo bellissimo con quell’aria da proviamo gli strumenti, scaldiamoci (ma niente di serio, eh, solo del sano rock’n’roll come sappiamo suonarlo noialtri), e pian piano incastriamo i pattern, e poi dopo tre quattro minuti la cosa diventa granitica e noi cambiamo scala e iniziamo per davvero. Facciamo entrare il monolite, insomma, lo piazziamo al centro del salotto e vediamo cosa succede. Succede una magia, più o meno, il cambio dell’accordo e la virata di scala, non è cosa semplice perchè devi rigirare in se stesso un intero sistema di valori, un sistema solare, una galassia simbolica e concreta, e devi farlo nel giro di un singolo accordo sulla tastiera di una chitarra elettrica. Una fatica di Ercole, ma davvero. Se sei Lou Reed la porti a casa con niente. Parte il riff di Sweet Jane e mi piace pensare il pubblico imbambolato, le mandibole penzolanti nel buio caldo della sala, gli sguardi bovini persi ottusi (ché il rock ci rende tutti immensamente più intelligenti ma certo rock ci rende tutti molto molto stupidi, palensandosi inarrivabile, prendendoci a sberle, mostrandoci la nostra pochezza e indicandoci la strada che non avremo il coraggio di percorrere), il tempo di reazione che separa l’inizio di Sweet Jane dall’applauso con cui il pubblico si sveglia, il tempo di reazione, lunghissimo, infinito. Il solletico ineffabile sulla corteccia cerebrale, un senso dello star bene che vale tutto.

Il rock’n’roll è sempre stata una questione seria, dannatamente seria, per il rock’n’roll la gente dovrebbe morire, aveva scritto Lou Reed. Ha fatto uscire per la RCA prima Sally can’t dance e poi Metal Machine Music, e lo capisci che questo signore vestito in pelle può permettersi di tutto, dalle frivolezze più estenuanti del rock FM alle frequenze assassine dei feedback assortiti stratificati nell’album più totalista intransigente esplorativo colto e pigliainculo di tutta la storia del rock, intendendo per storia del rock null’altro che la faccenda privata di Lou Reed nell’anno 1975. Tempo di successi planetari, di triumvirati senza appello fra lui, Bowie e Iggy, di violentissimi scazzi con l’industria.

(foto via)

Metal Machine Music nelle parole di Paul Morley, che scrive una recensione esorbitante e assurda, cavalcando una scrittura grandiosa, e lo fa in una lunghissima nota, anche marginale, all’interno di un libro corposissimo e orientato a indagare la forma e la sostanza di tutta la musica popular:

Ogni lato durava sedici minuti e un secondo, anche se in realtà… era consigliabile ascoltarlo a 16 giri, perché a quella velocità le piaghe, le croste della musica, si riaprivano di colpo e secernevano un po’ di umidori lubrificanti. A 16 giri, MMM iniziava a singhiozzare, a versare lacrime di disperazione, o di esasperazione, e vi accorgevate che, per la stronzata che era, era qualcosa di veramente commovente e che Lou Reed ci aveva messo tutta l’anima e il cuore… La cosa migliore che si poteva fare era ascoltare MMM… a 1 o 2 giri al minuto, e l’album non solo singhiozzava e versava lacrime dai suoi occhi ciechi, ma cominciava a gemere e sospirare come in un atto di autoerotismo e allora vi rendevate conto che ciò che Lou Reed aveva fatto era stato mettere in forma di disco un atto di masturbazione. Lou Reed aveva riprodotto il suono che avete in testa quando vi masturbate, il feedback dello spirito che si avvicina all’orgasmo, il rumore della liberazione estrema…

Per ottenere questi suoni Lou Reed ha disposto alcuni microfoni davanti a una serie di casse e ha lasciato che il feedback aumentasse fino a diventare una furia scatenata, poi ha fatto partire un registratore e ha lasciato lo studio… In altri termini è la dichiarazione d’amore di Lou Reed per la chitarra elettrica, anche se non ha usato la chitarra elettrica…

Se siete davvero dentro questo genere di cose, il genere di cose che fa sì che passiate tutta la vita dentro il rumore, e il rumore del rumore, la bestia del rumore, il sangue del rumore, se pensate davvero che il rumore possa rendervi liberi o intrappolarvi dentro voi stessi nel modo in cui volete esserlo… è l’inizio della musica industriale, l’avvio del punk, l’utero dei Sonic Youth, il big-bang del terrorismo dell’arte del rumore, gli albori tetri del japanoise… è Music for airports di Lou Reed. È il suono della città virtuale cyber-punk vent’anni prima che si materializzasse una cosa del genere. È la fine dell’energia originaria del rock e l’inizio di qualcos’altro, in cui un viaggio lineare diventava multi-dimensionale, in cui la chitarra era sostituita dalla macchina… Il disco ha venduto velocemente 100.000 copie sulla scia di Sally can’t dance, anche se poi molti hanno riportato indietro il disco dicendo che era “difettoso”. La compagnia discografica non era in grado di fornire alcuna risposta, visto che si stava ancora rimettendo dalla scoperta di avere sotto contratto un autentico nichilista… Non potrei in alcun modo scrivere una storia della storia della musica da chi cazzo sa quando a non so dove senza fare un gran casino attorno a MMM; oppure potrei ignorarlo completamente e il fatto stesso di ignorarlo sarebbe come ammettere che MMM è il simbolo ultimo di tutto l’amore e di tutta la merda che c’è nella storia del rock.

Ascoltatelo per intero, io non ce l’ho mai fatta, e non credo che mi manchino gli anticorpi verso questo genere di cose.

Ecco. Si augura buon viaggio, in questi casi. Ma la meta è comunque ignota.

Live at Pompeii, sotto casa

Una foto finora inedita, e bellissima, da Live at Pompeii dei Pink Floyd, gettata in pasto al popolo della rete tramite facebook dagli stessi Pink Floyd. Il mio pensiero va a chi abitava il palazzo (con tutta certezza abusivo) lassù a destra.

Tipo affacciarsi alla finestra per fumare una sigaretta e vedersi un concerto dei Pink Floyd, sotto casa, senza pagare il biglietto, senza orde indicibili di esseri umani, senza sbattimenti. E raccontarlo ai nipoti trent’anni dopo.

pompeii