Contemporaneo Indispensabile e l’editoria mail to mail

L’editoria è un mercato strano. Già. Se sei un neolaureato in lettere e stai leggendo queste righe, devi sapere che puoi proporti come stagista in qualsiasi casa editrice, e così facendo contribuirai alla distruzione di qualsiasi speranza di quello che stava facendo il tuo stesso stage prima di te e che segretamente credeva che dopo i tre mesi di lavoro a buffo sarebbe stato assunto, per quello che significa la parola assunzione nel 2013 dopo Cristo in Italia. Tu credi di introdurti in un mondo dorato che ruota attorno all’asse della cultura, ma ti sbagli di grosso. Se sei di famiglia facoltosa e non hai un affitto da pagare la cosa potrebbe andarti anche bene. Sennò, rischi di sentirti fallito a trent’anni, in una fiera delle oscenità di partite IVA fasulle e precariato che ti farà passare molto presto la voglia di metterti a leggere per dieci euro tutti i romanzi nel cassetto degli italiani che senza leggere altro che i best seller comprati all’Autogrill pensano di potersi mettere a scrivere qualcosa di interessante e necessario. Ma non ho voglia di partire dall’inizio: c’è troppo marcio, troppa merda, troppa ipocrisia. Te lo dico chiaro e tondo: l’editoria e la comunicazione, in Italia, sono i segmenti di mercato che più di tutti hanno approfittato di una legge del lavoro vergognosa. En passant: lo sai che Mondadori, non certo l’ultima casa editrice del panorama nostrano, ha da poco richiesto ai suoi collaboratori e fornitori il ritorno del 5 % degli introiti percepiti durante l’anno passato lavorando a commesse della stessa Mondadori?  Da parte mia, ho la mia laurea, il mio bel master, i miei stage e le mie prestazioni occasionali. Ho detto basta, da un po’, mi sono trovato un lavoro poco edificante che però mi permette di pagarmi l’affitto, e per il resto vado avanti con i miei progetti e seguo i progetti interessanti di altre persone più o meno sconosciute che come me hanno fiutato la merda e hanno trovato un modo di tenersi lontano dalla puzza. Scrive giustamente Francesco Pacifico in un vecchio numero di IL: “Quando lo capirete, voi che non avete una casa, che siamo noi con la casa che vi rendiamo la vita impossibile?”. Fine dei giochi, la lotta di classe all’interno del lavoro culturale arriva a questo punto morto. Bisogna capire quando l’impresa è suicida e senza gloria.

Allora, voglio parlarti di questa cosa. Si chiama Contemporaneo Indispensabile ed è una cosa che ho deciso arbitrariamente di ribattezzare “editoria mail to mail”. La porta avanti un ragazzo che risponde al nome di Simone Tempia, e l’unico modo per scoprire davvero di cosa si tratta è quello di mandare una mail a contemporaneoindispensabile@gmail.com. Contemporaneo Indispensabile ti risponderà inviandoti in pdf l’ultimo racconto pubblicato, che si intitola La Muffa. Se sarai sufficientemente curioso, chiederai se ce ne sono altri e scoprirai che ci sono altri tre racconti che vale la pena richiedere. Questi altri racconti sono: Lo Stage, Il Supermercato, La Fede. Ti arriveranno in pdf, impaginati in maniera creativa e molto godibile, ben fatti davvero, nel complesso di un progettino microscopico all’interno del mare di merda di cui si diceva poco più su, con introduzione e curatela di spicco (La Muffa è introdotto da Tito Faraci e la cover è di Ratigher). Li manderai in stampa, come ho fatto io, e li spillerai tutti insieme, e così facendo ti ritroverai fra le mani una sorta di rivista letteraria unipersonale che ha il suo fascino indiscreto. Non si tratta di quel tipo di selfpublishing, né esistono link da cui scaricare i pdf: il passaggio obbligato è mandare la mail, e magari proseguire la corrispondenza facendo due chiacchiere. L’umanità è molto meglio di un download in remoto, vero?

Tutto qui, continuo ad appassionarmi a questi progetti sommersi, al DIY nell’epoca dei social, alla rete come motore di aggregazione delle persone e delle idee, alle riviste autoprodotte, allo spirito punk, all’editoria sommersa e a quella invisibile, ancora più interessante. Fallo anche tu, non mandare domande di stage, non prestare il tuo tempo a gratis, tanto dopo non ti prendono, impegna invece il tuo tempo per scoprire le cose belle che ci sono e che se ne stanno nascoste. Fidati. Ciao.

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Giampiero cor disco

Provateci voi a scalare le vette della fama per ritrovarvi in un titolo di Bastonate mentre intorno si parla dell’ultimo Bill Callahan. Provateci. Messaggio privato per Farabegoli: io sono molisano.

BASTONATE

bcdr

Forse dovrei essere onesto e dire che da quando è uscito Apocalypse di Bill Callahan, la traccia numero 3 è uno dei pezzi che ho suonato con più frequenza nel mio stereo. Ne ho parlato qui. Il punto è che insomma, America! è un giro di giostra singolo e quindi niente, lo accetti. Qualche mese fa ho saputo da qualcuno, cioè da internet, che Bill Callahan avrebbe cacato fuori un disco nuovo, il quale si sarebbe chiamato Dream River e non avrebbe contenuto America!, la quale appunto era nel disco prima. A volte basta questo.

Ai tempi di Vitaminic scrivevo con un tizio che si chiamava Giampiero Cordisco. Abruzzese, tipo, ma credo viva a Roma. A un certo punto eravamo a pensare alle rubriche nuove, con certa gente, e qualcuno era saltato fuori di fare Giampiero cor disco. Si sarebbe dovuto fare una foto col disco…

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Tema: il mio primo concerto. Svolgimento:

Rispondo volentieri all’ennesima chiamata del sempre genio Francesco Farabegoli, che dagli scranni di Bastonate lancia l’appello a scrivere del primo concerto della propria vita. 

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Non lo so, ma qui sembro l’unico stronzo che nel suo primo concerto importante non ha visto i Litfiba e Piero Peluah con i pantaloni rossi di pelle. Ma va bene, vi scrivo anch’io del mio primo concerto, e cioè del Primo Concerto Importante, come dicevo prima, dal momento che il primo concerto in assoluto che ricordi non può essere considerato tale, e questo per una serie di fattori che vado ad elencare.

Primo: ero in seconda media e non sentivo ancora la musica come l’avrei sentita pochi anni dopo, cioè come una ragione morale per mezzo della quale interpretare e sezionare il mondo e sulla quale fondare tutto un sistema di valori che mi ha reso, insieme ad altri fattori ben più prosaici ma non meno importanti ed epidermici, la persona che sono.

Secondo: ero con mio padre, e il Primo Concerto Importante non prevede l’accompagnamento dei genitori, e anzi dovrebbe escluderlo del tutto, l’accompagnamento e la vicinanza con il mondo adulto dal quale la musica serve, in quella età del cazzo chiamata adolescenza, ad allontanarsi, perché in quella età del cazzo di cui sopra i genitori sono nemici, portatori di valori estranei, con tutti gli scazzi che ne conseguono.

Terzo: erano i Nomadi a San Felice del Molise, durante la festa del patrono, era un concerto gratuito e tutti noi sappiamo che il Primo Concerto Importante prevede l’acquisto di un regolare biglietto con gabella SIAE, la fila, lo sbattimento.

Cinque anni dopo, sono quegli anni lì. Il Consorzio, Maciste, l’area emiliana, l’area milanese, l’area napoletana. L’età aurea della musica italiana, poi declinata in rock targato Italia, poi finita lì. Ristamperanno i vinili dei CSI, la campagna di fundraising è andata alla grande, quindi bene così, ma a me all’epoca erano bastati: una cassetta su cui avevo registrato Tabula Rasa Elettrificata, i CD dei CCCP comprati dal catalogo Nannucci, i giri in macchina, infiniti, a consumare il nastro su cui era registrato Enjoy. La scoperta di cosa poteva essere fare musica in questo modo, senza cantarle esattamente le canzoni, senza assoli di chitarra, con riferimenti altissimi a un’idea di umanità che vista adesso ha costruito una poetica inattaccabile. Ferretti, Emilia Paranoica, Berlino, tutta questa mitologia che adesso non puoi attaccare addosso a nessuno. Ma sto divagando.

Parto con il treno da Vasto-San Salvo, dopo la scuola, il regionale per Pescara. Ho diciassette anni, vado al Liceo Scientifico e ho una mezza cotta per la professoressa di Lettere, vado molto bene a scuola e fumo Diana Blu morbide. Ho dei capelli che mi fanno schifo e mi vesto sempre di nero. Faccio il viaggio con Gabriele, un ragazzo del mio paese, con cui non vedrò il concerto perché non siamo in quel tipo di amicizia lì, nel senso fuori dal treno ognuno per fatti suoi. I miei amici, quelli veri, quelli con cui ascolto i CSI, non ci sono. Sono da solo. Arrivati davanti al Palagaslini (l’ex Fabbrica), realizzo che dovranno passare tipo quattro ore prima che aprano i cancelli, e inizio a familiarizzare con una fauna umana che io, ragazzino di montagna non avevo mai visto. Punkettoni, darkoni e soprattutto darkone mezze nude, ovunque calze a rete strappate, boccioni di vino che fanno il giro, cannoni, quelli che si chiedono se faranno Emilia Paranoica. Avverto la tensione, l’aria elettrica, è una sensazione che mi fa bene. Ogni tanto penso pure a dove passerò la notte, dal momento che non so dove stare e ai miei ho detto che sarei rimasto a dormire da un compagno di classe. Durante il soundcheck sento Vicini, e basta.

Siamo dentro, io, da solo, e attorno a me tutta la materia umana sconosciuta, calda, puzzolente. Sto per assistere davvero a un concerto, stavolta, è il mio Primo Concerto Importante. La cosa che non calcolo, e a cui non posso pensare neppure mentre suona il gruppo spalla (gli Estasia, venenziani, se non erro), è che sono posizionato nell’occhio del ciclone del pogo. Sto proprio in centro, nel centro del centro della zona in cui ci si mena con i gomiti alzati. Lo capisco dopo un secondo dall’inizio di Forma e Sostanza, il primo pezzo del set, e lo capisco a mie spese, perché ricordo quelle due ore con un senso di fatica fisica, sudore, nervi tesi e urla e ventate di fumo che non si riproporranno mai più, perché la prima volta nel pogo è comunque una deflorazione, un’esperienza deflagrante di crescita, un grosso capitolo del romanzo di formazione di cui sei ingenuo protagonista. Ricordo Ferretti altissimo, con questa coda di cavallo attaccata al microfono, la fascia davanti agli occhi, ricordo la bellezza lattea e piena di ciccia di Ginevra Di Marco e la coreografia circolare che fa durante Esco, la faccia da cartone animato di quell’altro genio di Zamboni, e in tutto questo, in questo esplodere di luci fumi emozioni primigenie io sono qui, in mezzo, e non posso ancora sapere che questa è decisamente una pietra d’angolo, per me, per la persona che sarò, la stessa persona che adesso cerca di ricordare quello che ha provato quasi vent’anni prima, durante il suo Primo Concerto Importante, assolutamente felice che questo concerto sia stato un concerto dei CSI, quando i CSI erano in classifica, quando andavano sulle reti Mediaset, quando a loro modo avevano costruito una scena, una comunanza di intenti musicali, quando ce li sparavamo in macchina vagando senza meta, e due giorni dopo non avrei avuto bisogno di falsificare la firma di mia madre sul libretto delle giustificazioni perché ero ormai maggiorenne, e all’indomani del concerto non sarei andato a scuola visto che, a concerto finito, con il corpo massacrato, esausto, ma l’aura splendida e piena di vita, avrei vagato negli spazi irreali della stazione di Pescara cercando di farmi passare il tempo.

Questo, più o meno. Il biglietto di quel concerto, datato 17 febbraio 1998, è ancora attaccato in camera mia, in casa dei miei genitori. C’è il bambino mongolo con le dita nel naso. Poi i CSI li ho rivisti mille volte, e poi i PGR, Ferretti con Sparagna, Zamboni/Baraldi eccetera. Ma un concerto dei CSI mi mancherà per sempre. Davvero: per sempre. Forse dovrei considerare l’idea di gettarlo via, quel biglietto.