Buoni motivi per leggere / CARGO, di Matteo Galiazzo (Laurana Reloaded, 2013)

Matteo, dico a te. Alzati. MATTEO! Che diavolo ci fai ancora lì? Non sei stufo del divano? Cosa aspetti? Le piaghe da decubito? Dài, tirati su, l’abbiamo capito che è meglio starsene a guardare DMAX piuttosto che rendersi colpevolmente partecipi dello sfacelo di tutto l’universo editoriale italiano con tanto di galassie affini e supernove e buchi neri. Che è meglio avere un lavoro serio e pagato invece che recitare in questo teatrino di conoscenze e di prestazioni gratuite per la gloria di Dio e del mondo e del self-marketing, per poi finire a scrivere nella sezione blog dell’Huffington Post, a gratis. Ma ‘sticazzi, tu muoviti, alzati e cammina e vai al computer, avvialo, fa’ illuminare il monitor, crea una nuova cartella, voglio sentire il tic tac dei tasti del mouse, voglio sentire che questa nuova cartella la rinomini “Cargo 2” e che dentro ci piazzi due documenti di testo nuovi nuovi che chiamerai “Cargo 2” e Cargo 2 Add”. Fatto?

No.
Beh, dài, che aspetti?
Non ho voglia, e poi c’è Donnie Darko.
Fra i cento film più belli di sempre?
Proprio quello.
Ok, allora ne riparliamo alla fine, mentre tu guardi io ti dico perché Cargo 1, che d’ora in poi chiamerò semplicemente Cargo, sia un romanzo incredibile e incredibilmente bello.
Te ne vai?
No, no, sto qui. Non temere.

Io non so com’è ma ti avevo proprio perso, già che al tempo dei Cannibali avrò avuto altro da fare, non ho seguito i tentativi di svecchiamento dell’industria editoriale. Nel frattempo si diceva che tu, di tutta la combriccola, eri il migliore. Non lo metto in dubbio, adesso. L’estate scorsa vado in libreria e vedo una bella copertina, c’è tipo un cervello celeste disegnato in campo blu, e sopra tutto quel budello di materia grigia a forma di pallone da rugby si intravedono delle lettere piccolissime, le righe fitte fitte. Per dire: gran bella copertina. Poi leggo il titolo: Sinapsi. E il sottotitolo: Opere postume di autore ancora in vita. Prendo il libro, il tizio della libreria mi dice “Quella roba lì è una figata”. Ringrazio per il consiglio. Continuo a farmi un’idea leggendo risvolti e quarta, vedo i nomi coinvolti (Matteo B Bianchi ai controlli, Tiziano Scarpa in prefazione). Capisco, insomma, di trovarmi davanti a un progetto editoriale complesso e interessante, di cui questo malloppo di carta vergato Indiana Editore rappresenta solo il punto d’arrivo. La cosa mi piace, il libro lo compro, ma un po’ di tempo dopo, in una libreria Remainders. Tiè.

Tirchio di merda.

Lasciami continuare, e permettimi anzi di aprire un inciso: non so dove andrà a parare questa specie di recensione in forma di lettera alla tua stimata persona, ma so che la cosa è interessante, perché una scrittura di questo tipo, a queste latitudini, è difficile da trovare. Una scrittura come quella di Sinapsi, voglio dire. (Ma è poi giusto usare il singolare? Scrittura, voglio dire, invece di scritture.) Beh, io voglio parlare di Cargo ma è difficile non partire dall’inizio. Per me, e per molti che come me si sono persi un sacco di cose per strada, Sinapsi è l’inizio di una scoperta. Mi rendo conto di non poter scrivere di Cargo senza partire, almeno come gancio personale, come appiglio, come scialuppa nel cupo mare del senso, da questa raccolta postuma. Ti ho conosciuto con Sinapsi, caro il mio Matteo, con un libro che già ad aprirlo leggi il titolo del primo racconto e se sei un dritto non può risultarti trasparente. Il ferro è una cosa viva. E poi, per continuare a snocciolare titoli, un racconto come Meteorologia delle sinapsi, le cui primissime righe mi hanno proprio acchiappato alle ginocchia, per dire, gamba tesa in area piccola, cartellino rosso e calcio di rigore.

Addirittura, ma dài.

Eh sì, e poi penso anche a questa palese assurdità, l’assurdità di uno dei più grandi e attenti e oculati editori italiani che si perde per strada un suo autore (ok, per scelta dell’autore, ma l’autore scrive, e se l’autore decide di smettere all’editore rimane pur sempre il mestiere di pubblicare, di fare catalogo) e che non si pone neppure il problema di capire, dieci-dodici anni dopo, se non sia il caso di reintrodurre nel mercato almeno un progetto che riesca a rispolverare un caso letterario piuttosto insolito. Voglio dire: ti hanno riportato a galla due editori praticamente neonati, sicuramente attenti e di progetto, editori partecipi e non solo venditori di oggetti di carta chiamati libri.

Di carta? Ma guarda che Cargo

Sì sì, ci arrivo. Volevo scrivere ieri, quando ho iniziato questa specie di missiva recensione delirio assortito che nessuno leggerà, volevo scrivere di un passaggio bellissimo contenuto nella prefazione di Scarpa a Sinapsi, in cui riporta una tua frase dal contenuto potentissimo, una frase che parla di finestre, finestre come metafore e simboli dei punti di vista da cui si osservano le strade e le vite sottostanti. Poi apro il libro a caso e mi metto a rileggere Apocalisse di Solentiname, così per rileggerlo, prima di dormire, ed eccoti quella frase bella pronta, proprio in questo racconto, ma io non ricordavo fosse qui, e allora qualcosa vorrà dire. Vuol dire che quella frase devo riportarla, adesso:

Se potessi io mi affaccerei da tutte le finestre che esistono, per vedere tutte le inquadrature possibili di tutte le strade del mondo.

Scarpa lo scrive chiaramente e io non posso che condividere: “questo frammento ti dà un’idea di cosa potrebbe succederti leggendo questo libro”. Ed è così, perché in ogni cosa che tu scrivi il cosiddetto punto di vista si moltiplica e avviene il miracolo dell’annullamento. Non c’è un punto di vista, non ce n’è uno solo, ce ne sono moltissimi, e la somma, il collage, l’ambigua unione di questi punti di vista serve come motore narrativo. Messa così è facile, ma per ottenere questa cosa devi essere bravo, e ho il sospetto che neppure serva allenarsi, per riuscirci, e scrivere pagine e pagine dopodiché ti accorgi che ci sai fare, no: mi sembra una cosa che uno ce l’ha nel sangue, una cifra del talento che è pericolosamente vicina al territorio di proprietà del genio. Il problema del punto di vista dovrebbe ormai esser messo alla porta, ritenuto privo di un reale interesse per la questione. Cosa ce ne facciamo? I tempi sono cambiati, tutto è rizoma, labirinto, rete, crash del sistema. Il fatto che la dissoluzione del punto di vista passi comunque per la scrittura in prima persona è una mera contingenza, bisogna pur sempre dare la parola a un io narrante, il che non significa che quell’io narrante si prenda per sé ogni interpretazione possibile. Lo scrivi in Cargo, proprio dentro il romanzo, non in prefazione, non in una Nota finale dell’Autore, proprio dentro:

In terza persona non ti puoi buttare in mezzo e pogare, no, devi stare lì nei bordi e descrivere la scena, guardare gli altri che sudano e non li puoi raggiungere. Ecco, io così non mi diverto. Dopo un po’ mi annoio e me ne esco… Cioè, capite, è tutto più strozzato, come dover passare attraverso dei cunicoli, come dover giocare a tennis con la cravatta. Non è comodo, ecco, non è per niente comodo… Per un punto solo ci passa tutto, tutte le rette del mondo. Tutte le parole del mondo possono entrare in un racconto scritto in prima persona.

Poi certo, subito dopo dici che sono solo palle, e dopo ancora scrivi che quando hai detto che erano solo palle stavi mentendo, e così via. I paragrafi “a somma sistemica positiva”, una tecnica che “facilmente consente di saltare di palo in frasca”. E quindi: la molteplicità, l’esplosione frattale dei punti di osservazione, l’io narrante che si ritaglia i suoi spazi, e poi scompare, senza nessun preavviso e senza nessun ordine diegetico, e ritorna e parla di sé come personaggio e come autore al tempo stesso, e racconta di quello che pensa mentre scrive il romanzo e mentre studia l’esame di Tecnica Industriale e Commerciale, e deve capire dove si trova la nuova sede della facoltà, insieme a un non-personaggio pazzesco come il Calimero Biondo (no, dico: il Calimero Biondo!), e scrive lettere a Lia Celi completamente sganciate dalla trama, che a voler essere onesti una cosa che Cargo dovrebbe insegnare a noialtri è che anche la trama, il concetto di trama, dovremmo prenderlo e chiuderlo nel cassetto dei ricordi. Da questa molteplicità dei punti d’osservazione deriva una molteplicità delle realtà e degli universi in cui le storie di Cargo prendono forma. Tutto è ludico, un eccesso di divertimento della lettura che non mi succedeva da tempo, il romanzo l’ho finito in due giorni e mi sa che lo rileggo tipo la prossima settimana. Mentre leggevo stavo davvero bene.

Cargo è un recupero, innanzitutto: grazie a Marco Drago, che si è inventato la collana Reloaded per Laurana Editore, con l’obiettivo di far tornare alla luce alcuni romanzi degli anni novanta, romanzi ingiustamente dimenticati e introvabili. Tornano alla luce in sola versione digitale: ho inaugurato, caro Matteo, il mio Kindle nuovo nuovo con questo tuo romanzo. Quindi, un dato importante: la prima edizione di Cargo è del 1999, quando si consumavano le ultime gesta dell’arte cosiddetta post-moderna. Ecco, vedi? Adesso, se scrivo “post-moderno”, l’istinto è quello di toccarmi, non si mai, nel 2013 dire “post-moderno” ha assunto un che di sfiga, come se si volesse per forza ricordare qualcosa che sarebbe meglio dimenticare. E anche a ragione: quanto è rimasto del post-moderno che non appaia, oggi, come puro gioco di prestigio intellettuale, come deriva cervellotica priva di un senso comunicativo autentico, artifici, trucchi da quattro soldi per far vedere al pubblico pagante quanto sono maledettamente bravo? Sì, ma poi cosa vuoi comunicarmi? Ecco il problema. Il famoso “senzamanismo” di cui parlava David Foster Wallace (non so se ricordo bene l’espressione “senzamanismo” o se invece non stia prendendo un granchio imperiale). Il dato centrale rimane quello della comunicazione, del contatto autore-lettore che non sia un mero passaggio unilaterale di informazioni da cervello a cervello. Con Cargo, che pure abbonda di metafiction e scrittura esplosa e artifici vari, è stato diverso, per una serie di motivi che ora illustrerò in formato elenco.

1. Sì, sei cervellotico e ti piace mettere in difficoltà il lettore: ma sai farlo con una prosa speciale, veloce, ritmata, che parte con la prima parola e finisce con l’ultima. Non ci sono appesantimenti.

2. L’organizzazione dei materiali: io lo so che Cargo è un insieme di molte cose sparse che magari hai scritto senza progettare di metterle insieme. Il fatto è che poi, per metterle insieme in questo modo, occorre molta abilità e bravura. In Cargo ci sono almeno quattro livelli narrativi, ognuno inserito in un universo particolare, che gode di una propria fisica, di un proprio sistema sociale, di una propria storia. Non voglio rivelare cose che l’eventuale lettore deve invece leggere con i propri occhi, quindi non farò spoiler.

3. A proposito di spoiler: si fa un gran parlare, saranno tre o quattro anni, delle serie televisive, della loro importanza come forma d’arte complessa del terzo millennio, del loro superamento degli schemi tipici del cinema. Questa settimana è uscito il numero di IL in cui lo si scrive chiaro e tondo: le serie TV sono la nuova letteratura. Bene, per l’approccio cinematografico della tua scrittura, per il montaggio sperimentale, per l’audacia del tutto, il mio pensiero è che, qualche anno prima che le serie iniziassero ad imporsi come nuova forma narrativa, questo tuo Cargo, come pochi altri romanzi davvero interessanti, diceva al mondo che la letteratura è una nuova forma di serie TV, anticipando e ribaltando quello che ormai diamo tutti per scontato.

4. Le evidenze di una scrittura cinematografica, di uno stile originalissimo, intelligente, ricco di cultura. (Questo lo scriveva anche Maria Corti, nella recensione che fa da postfazione al libro, uscita nel 1999 all’indomani della prima edizione, una bellissima recensione che però mi fa pensare a un direttore d’orchestra che recensisce un disco dei CCCP.) L’andazzo generale, divertito e divertente.

5. La cultura di cui è ricco, appunto. Tutto quello che non è propriamente letteratura: codice civile, paradossi logici, teorie economiche, leggi di mercato e loro applicazione in situazioni limite, procedure commerciali. (Ma cosa significa? Tutto è letteratura, e quindi quello che dico io è che tu —>) Dovresti scrivere dei manuali, Matteo: me lo immagino già, un bel M. Galiazzo, Manuale di finanza e marketing, Hoepli, 2013. Divertente, me lo comprerei anche senza essere iscritto a nessuna facoltà.

6. La satira rivolta al mondo dell’editoria e dell’industria culturale.

7. Il fatto che tu scrivi spesso di situazioni paradossali, in cui la logica finisce per generare dei loop assurdi, come quello dell’incipit. E poi divertissement linguistici, freddure e giochi di parole che nel 2013 non farebbero ridere nessuno ma che, magicamente, su queste pagine ti buttano giù dalla sedia per le risate.

8. Potrei continuare per molto, ma la faccio finita qui.

Meglio, iniziavo a preoccuparmi. Non vuoi dire alle schiere di lettori in ascolto dove possono rimediare il libro? 

Ma certo! Cargo è disponibile da questa pagina, si scarica a un prezzo molto contenuto e si legge sui vari ebook reader. Beh, io vado, ma prima devi recapitare un messaggio in redazione.

Dimmi, sono tutt’orecchi.

Dì a chi di dovere di fare più attenzione ai refusi, tanto il bello, adesso, è che non devi rimandare tutto in stampa. Ah, la tecnologia, che bellezza. Ok, a presto. Ciao.

Giampiero

PS: Ma questa recensione te la ricordavi?

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