UN RACCONTO: Ora o mai più

Pensate a me, piuttosto. Mi chiamo Anselmo Denari e sono un depresso. Sono la persona più depressa che io conosca. Non scherzo, dovete credermi. Se ne conoscete altri, altri depressi, vi prego di non fare paragoni. Depressi come me non ce ne sono, davvero. Inutile provare a consolarmi: sono un depresso che vuole restare depresso, e prima o poi arriverà il momento in cui deciderò di staccare il biglietto e lanciarmi dal balcone o ingoiare sostanze nocive o spararmi in testa. Ci sono cento modi per togliersi la vita. Ingoierò detersivo per i piatti, mi inietterò nelle vene un cartone di latte intero pastorizzato, lascerò il gas aperto e poi proverò ad accendere la luce. Oh sì, sono depresso. E fuori c’è il sole. La parete è così bianca che mi dà i nervi. La fisso con attenzione: se mi alzo di scatto e poi mi rimetto a guardare il muro, vedo quelle scintille imprendibili che dipendono dal forzato adattamento dell’iride alla luce solare. Cristalli di luce senza corpo. E mettiamoci pure la pressione del sangue, che è molto bassa. Ogni volta che mi alzo dalla mia postazione, di fronte alla parete bianca, mi prendono gli svarioni. Ho la minima a cinquanta o giù di lì. Pensate a me. Dovrei innanzitutto mettere qualcosa di solido nello stomaco, ma sono depresso, ho il frigo vuoto. Non ho ancora concluso il mio lavoro. L’ho già detto: sono depresso. E ho la pressione bassa. Sto in silenzio, spengo la radio, premo il tasto mute sul telecomando della TV e ascolto quello che succede oltre la parete bianca. Faccio attenzione a non fissarmi sui bagliori indotti dalla vertigine che mi prende dopo essermi alzato e aver concluso le operazioni di approntamento del mio habitat. Questa stanza che mi contiene, il muro bianco ineffabile, le bollicine di luce senza massa che aleggiano alla periferia del mio sguardo e procedono su assi dimensionali ignoti alla fisica attuale. Se cerco di metterle a fuoco si spostano. Schizzano fuori dal campo visivo non appena provo a inquadrarle: vi assicuro che mi fanno saltare i nervi. Mi sembra la dimostrazione perfetta del principio di indeterminazione, ma sono troppo depresso per approfondire la cosa. Dio, la mia depressione.

Dall’altra parte del muro mi arrivano solo suoni sommessi. La signora Carla sa essere gentile e affettuosa e mi dice di stare tranquillo se non posso pagarle l’affitto il dieci del mese. Oggi è il tredici e non le ho ancora dato i soldi. Temo che lei sappia tutto, ecco perché mi tratta con tanto garbo. La signora Carla sa che sono un depresso. Mi ha lasciato spesso delle cose da mangiare in cucina. Ma forse è solo pena. No: sicuramente è solo pena. Comunque adesso non posso andare di là e bussare alla sua porta e allungarle i duecento euro che le devo. In questo stato non sarebbe molto intelligente presentarmi da lei, a parte che i soldi non ce li ho. Poi la signora Carla è impegnata, lo sento. La signora Carla riceve su appuntamento, dalle 16.00 alle 22.00, dal lunedì al sabato. Secondo me è una bella signora: sui cinquant’anni, un metro e settanta, pesoforma ok, capelli scuri sempre ben acconciati, un seno degno di rispetto, due gambe senza difetti evidenti (varici, capillari esplosi e tutto il resto), una bella voce, denti sbiancati, niente fumo, unghie di mani e piedi ben curate. E certo: anche qualche punta di cellulite e una buona propensione al cicchetto a stomaco vuoto. Ma nessuno è perfetto, come si dice. La signora Carla è la mia affittacamere, se non l’avete capito. Un colpo di fortuna: una volta avevo preso un appuntamento con la signora Carla (un’ora, sessanta euro, tariffa scacciacrisi), e mi ero ritrovato fra le mani l’accordo informale con cui la signora Carla mi dava in affitto una stanza. Nello stesso appartamento, voglio dire, cioè qui, e la stanza sarebbe questa dove mi trovo adesso, piena di me e della mia depressione. Il numero della signora Carla l’avevo preso dagli annunci sulle ultime pagine del Corriere Adriatico. Dopo esserci rivestiti, avevamo preso un caffè in salotto perché la signora Carla aveva un buco di un paio d’ore. Il lavoro non le andava granché bene: pochi clienti, la crisi, la concorrenza, la legge. Non so davvero come arrivai a dirle che di lì a poco mi sarebbe servita una stanza. Poi un discorso tira l’altro finché la signora Carla non mi propose di sistemarmi qui. Era una giornata decisamente fortunata. Un’ora prima la signora Carla mi aveva anche fatto un pompino senza profilattico. Naturalmente allora non ero affatto depresso, e quella è stata l’unica volta che io e la signora Carla abbiamo scopato: dopo essermi trasferito qui, lei mi ha detto chiaro e tondo che per questioni legate all’etica del suo lavoro non avremmo più potuto avere incontri sessuali. Anche le prostitute hanno il loro codice deontologico, mi ha detto. Delle due l’una: o rimanevo cliente e usufruivo del corpo e delle prestazioni professionali della signora Carla, o diventavo suo subaffittuario e coinquilino e usufruivo di questa stanza. Decisi di diventare subaffittuario e coinquilino.

Adesso mi alzo e mi rimetto a sedere, ogni tre o quattro minuti, così scateno una tempesta di puntini di luce e mi sembra tutto più divertente. I bagliori aumentano se prima di mettermi in piedi faccio questa cosa con la testa: la muovo a scatti rapidi, destra-sinistra destra-sinistra destra-sinistra, come se dicessi di no, per una decina di secondi, il tutto davvero molto veloce velocissimo. Con la testa. Devo solo stare attento a non perdere l’equilibrio una volta in piedi. Ecco: si è riempito di miraggi in forma di luminescenze piccolissime che schizzano dentro e fuori dal mio campo visivo e si spengono ai bordi dell’inquadratura. Sono prive di dimensione, massa, peso molecolare. Non sono soggette alla gravità. Potrebbe essere davvero divertente, senza questo carico di depressione e anomia. Se potessi, perderei massa e inizierei a comportarmi in maniera incoerente, inserendomi nel campo visivo di chiunque per scivolare via ogni volta che questo chiunque cerchi di inquadrarmi. Deve esserci un modo per perdere massa, ne sono sicuro, ma al momento non mi viene in mente. In fin dei conti siamo fatti di elettroni. Tra l’altro, credo che se riuscissi ad eliminare parte della mia massa mi libererei anche di una grossa percentuale di malessere e angoscia. Ma ovviamente ci sarebbero dei rischi che adesso non saprei calcolare, tanto più se i rischi riguardano la possibilità di rimanerci secco. Punteggiata di cristalli luminosi disposti su una griglia priva di coerenza geometrica, la parete bianca diventa più interessante. Dall’altra parte del muro sento dei colpi leggeri leggeri. So bene che è la struttura del letto a due piazze della signora Carla che urta contro il divisorio. Niente che mi alleggerisca della mia depressione, ovviamente, solo l’abitudine ad analizzare le relazioni di causa-effetto in qualsiasi insignificante fenomeno. Se la parete sembra pulsare come un cuore, è perché chi sta usufruendo dei servizi professionali e del corpo della signora Carla, nell’altra stanza, si sta dimostrando all’altezza della situazione, spingendosi dentro la vagina della signora Carla (o nella sua bocca, o nel suo culo, eccetera). La rete del letto non cigola perché il letto è di quelli con le doghe in legno, secondo lo stile nordico. Forse in Finlandia o in Svezia troverei molti depressi come me, con i quali potrei stringere amicizia e chiacchierare dei bagliori frattali luminescenti. Ma, con ogni probabilità, dopo due minuti mi sarei già stancato di scambiare informazioni con degli altri esseri umani, soprattutto all’interno di un sistema di welfare avanzato. Non deve essere molto attraente la prospettiva di un gruppo internazionale di depressi che stanno lì a ragionare sulle possibili strategie per riuscire a bloccare le luccicanze fotoniche. Cioè: dipende da cosa intendiamo per “attraente”. (Un gruppo che decida di chiamare queste cose “luccicanze fotoniche” ha chiaramente tutte le carte in regola per essere attraente; ciò non toglie che stiamo parlando di un eventuale gruppo di depressi cronici.)

Adesso che ci penso, non credo che mi sposterò mai più da questa stanza, dal momento che ho appena deciso che prima del telegiornale delle otto mi sarò ucciso. Proprio così. A meno che, ovviamente, non inizi a sentirmi meglio, un po’ meno depresso e un po’ più propositivo, e a meno che non mi torni un po’ di appetito e non riesca a intrappolare uno di quei cristalli per vedere cosa succede all’interno della sua membrana di luce verde-oro. Al momento, comunque, non prevedo miglioramenti, e mi sento davvero… beh, l’avete capito. Sento l’ansia che mi stringe la bocca dello stomaco, più una forma indefinita di terrore incastrata nei tendini delle articolazioni della mano destra. Ho un prurito costante ai talloni. Se le cose vanno come devono andare, mi metterò in bocca tutte le pillole di ansiolitici che ho preso dal cassetto della signora Carla e le butterò giù accompagnandole con la mezza bottiglia di Bacardi che pure mi sono portato in camera di nascosto. A quel punto sembrerebbe fatta. Sono stanco di essere depresso, potete giurarci. Tra l’altro, il suicidio dovrebbe essere il metodo più sicuro per perdere massa. Adesso inizio a sentire anche i gemiti della signora Carla, non solo i colpi sulla parete. La signora Carla è sincera, non finge il proprio piacere per rendere felici i clienti, nutre davvero un amore incondizionato per il sesso. La sua dedizione al lavoro è encomiabile, secondo me. Tutto quello che devo fare, comunque, è evitare di pensare che questo potrebbe mancarmi.

Le sinapsi sono processi elettrici: ogni attività del pensiero, e ogni gesto fisico, presuppone l’attivazione di centinaia di migliaia di questi processi. Non è che sto qui a sparare cifre, dico solo che ragioniamo su una serie di grandi numeri. Da quando sono sprofondato in questa depressione di merda, ho cercato con tutte le forze di aprirmi un varco nella parete bianca di fronte a me usando le onde cerebrali che indirizzavo sulla X segnata a matita a metà altezza della parete stessa, e questo non solo per godermi lo spettacolo della signora Carla che offre servizi sessuali altamente qualificati, ma anche per uscire dalla solita routine di guardare un muro inerte quando invece è possibile, a ragione, perforarlo con il pensiero. Non so se mi seguite. Sto dicendo che, se mi concentro a sufficienza e non penso a nient’altro, ottengo una quantità gigantesca di impulsi elettrici a bassa frequenza, con una potenza di fuoco tale da perforare la parete che ho di fronte. Passare dalla teoria alla pratica si rivela però un lavoro complicato. Al momento, l’avrete capito, non ho avuto molto successo con questo progetto, per cui ho dovuto porre rimedio e lavorare con qualcosa di più facile, cioè con i bagliori verde-oro. Adesso mi preparo per altre apparizioni: muovo la testa a scatti veloci e poi mi alzo di colpo, e quello che vedo sono centinaia di granuli luminosi sospesi a mezz’aria, che ondeggiano come mossi da una corrente leggerissima e saettano lungo traiettorie non prevedibili su base empirica. Quindi non riesco a bloccarne neppure una, e questa frustrazione mi fa venir voglia di farla finita adesso, senza neppure aspettare il telegiornale delle otto. Tanto non cambierà nulla, mi dico, resterò sempre un depresso che non sa intrappolare le sbavature di luce all’interno del proprio campo visivo, né tantomeno perforare una semplice parete divisoria con le onde cerebrali. Però ho imparato a sospendermi, a bloccare le luccicanze, in una scenografia che definisco “a cornice”: con lo sguardo fisso al punto zero della visuale (quello che chiamo “orizzonte puntuale” e che coincide con la X) esse si dispongono ai margini del campo visivo, dando vita a un contorno caleidoscopico fatto di una gelatina brillante, priva di corpo fisico, in cui migliaia di oggetti luminosi senza dimensione si attraggono e respingono a frequenze molto elevate. Al centro di questa cornice cangiante c’è la X disegnata a matita sul muro. Se fisso la X il contorno granulare non svanisce. Ripeto: se fisso la X il contorno granulare non svanisce. Posso provarci. Per avere successo bisogna sfruttare il differenziale di frequenze tra la cosiddetta cornice luccicante e il fascio di impulsi elettrici cerebrali. Non devo per nessun motivo spostare lo sguardo o muovere le palpebre. Fissare la X. Il contorno granulare non svanisce, non svanisce, non svanisce. Motivazione, determinazione, scelta degli obiettivi da raggiungere. Palpebre immobili, divieto di intercettare i cristalli luminosi. Andiamo, squarciamo la parete e godiamoci lo spettacolo della signora Carla ammanettata che si fa inculare da un finanziere vestito da donna. Coraggio: andiamo e sfondiamo la dannata parete.

Ora o mai più, mi dico.

(novembre 2012 – maggio 2013)

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