CONCERTI: Bonnie Prince Billy, Circolo degli Artisti, Roma, 21 luglio 2012

1. Destruens: odio & rancore

C’è stato un tempo felice in cui andavi ai concerti e ti sentivi in comunione ed empatia con le decine o centinaia o migliaia di persone che come te costituivano la macroentità “pubblico della serata”. Adesso arrivi e la domanda che cerchi di scalzare dalla mente, senza riuscirci, è “Cosa ci faccio io in mezzo a questi stronzi?”. Senza offesa per nessuno, sia chiaro. I tempi hanno fatto il loro corso. Ma è impossibile partire da una nota positiva verso quella parte di umanità che arriva ai concerti armata di reflex con teleobiettivi da due metri o smartphone per pubblicare le foto su instagram o facebook o twitter o tutto il resto. Perché quello slogan che diceva “è tutto intorno a te” ci ha visto bene: è tutto intorno a me, e non mi piace per niente. Io faccio il possibile per non rompere il cazzo a nessuno, perché sono convinto che, nonostante i ritmi di crescita della popolazione globale  e le compilation tributo agli 883 (per tacere del ritorno delle espadrillas), ci sia ancora spazio a sufficienza su questo piccolo pianeta azzurro per non pestarsi i piedi l’un l’altro e convivere senza problemi. Ma a quanto pare la mia gentilezza di stampo ottocentesco non viene ricambiata, quindi capita che vai ai concerti e che davanti a te (lasciando perdere per un secondo la Prima legge Ineluttabile Dei Concerti, quella che dice che davanti a te c’è sempre il tipo più alto e sudato della platea) ci sono queste cricche di giovanotti allegri ed ebbri di vita estiva che si mettono in posa per fotografarsi. Sotto il palco, incuranti di quello che succede sul palco e di chi come te vuole solo vedersi in pace un concerto che hai pagato una cifra non indifferente, di ’sti tempi. Da dietro, a tradimento, ti vedi sbucare i teleobiettivi da due metri di cui sopra e capisci che cristosanto laggente non va bene. Se non ci arrivate da soli, cari miei, devo dirvelo io: questa è pura illusione, le vostre foto su instagram e i live tweet dei concerti andrebbero vietati da qualche legge speciale, tutto quello che buttate in rete non vi fa esistere di più, né meglio, e neppure serve a farvi uscire dalla vostra bolla di anonimato. Siete soli, su questo mondo: fatevene una ragione. La vostra attività online, almeno per il novanta per cento, è monnezza, escrezione informatica, una forma di inquinamento digitale tanto peggiore quanto più è impalpabile e all’apparenza gratuita. Avete rotto il cazzo: guardatevi i concerti dal vivo, non dallo schermo dell’iPhone.

2. Il conflitto

Bonnie Prince Billy sul palco, vestito interamente di bianco con baffone nietzscheano e sguardo annoiato. Sembra incazzato nero e mi prende un po’ di paura. Ma già sul ritornello corale di I See A Darkness la tensione si scioglie, e fa posto a una forma di bellezza difficile da inquadrare. Il nucleo del tutto deve essere questo: sei persone, sei microfoni, un sing-along scacciapensieri, maracas come serpenti a sonagli, un tizio vestito di bianco che si muove a scatti e ha una voce strepitosa e la tira fuori senza impegno, come se fosse la cosa più normale di questo mondo. Da un pezzo non vedevo concerti del genere, live in cui tornare ad apprezzare il gesto tecnico, la precisione e la professionalità dei musicisti: vanno benissimo i concerti pestoni in cui senti il sudore e l’odio e l’ugola strozzata e gli ampli vanno in fiamme, ma stare davanti a queste sei persone, ognuno maestro nel proprio strumento, vedere dispiegarsi la Tecnica, ha qualcosa di irrinunciabile. Le canzoni crescono in modo inafferrabile, la sensazione è che siano gli strumenti a seguire le voci, così che i pezzi si ingrossano nelle voci ed esplodono a tradimento. Troppo facile parlare di folk americano, altra cosa è sentirlo materializzarsi. Sbucano voci dappertutto, gli strumentisti sono dei maestri. Metto da parte tutto il messaggio sui tre accordi di ormai quarant’anni fa. Metto da parte il biglietto di auguri del punk. No, non conosco nessun’altra canzone della scaletta, ma immagino ce ne siano una buona parte dall’ultimo Wolfroy Goes To Town, che ho ascoltato pochissimo. Ma che concerto, ragazzi. Una linea di separazione, netta, nell’ordine di importanza delle cose; un concerto necessario, almeno per me. Voialtri magari eravate a vedere Lo Stato Sociale al Verano. Non è colpa di nessuno, è così che vanno le cose. Io dico che ci sono cose importanti, il cui peso storico va molto al di là di tutto quello che riusciamo a immaginare quando parliamo di cultura pop, e altre cose, magari interessanti, magari carine, divertenti, ma non importanti, che se tutto va bene lasceranno una traccia su twitter, e l’anno prossimo saranno già dimenticate. Se dovessi scommettere sulle sorti del mondo e scegliere se affidarle a chi mi dice che le velleità ti aiutano a scopare o se metterle in mano a questo baffone pelato vestito di bianco con una voce indescrivibile e meravigliosa che canta “There’s no better, there’s no best, we are unhappy, we are unblessed” non avrei nessun dubbio. Ma è solo una mia idea, forse sono nostalgico, e magari ha ragione Rockit, ed è chiaro che in questo caso mi auguro che il Sole si spenga al più presto.

3. Chiosa tra parentesi

(A cosa servono questi concerti: a far germinare ancora il seme del Conflitto, il suo valore sacro, a ridefinire le scale di adesione al reale, a scegliere continuamente da che parte stare, a non lasciarsi imbrigliare dalla mescolanza delle cose, a separare l’Alto e il Basso della cultura. Sono in molti, là fuori, che vogliono farti credere che sia lecito mettere tutto sullo stesso piano: non è così. Se beccate un tipo che sostiene che l’opera di rivalutazione degli 883 messa in atto negli ultimi mesi sia degna di attenzione, tirategli un calcio nelle palle. Poi leggetevi questo articolo. Dopo, ascoltatevi tutto I See A Darkness: magari vi deprimete un po’, ma sarete delle persone migliori.)

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