STORIE MINIME DI ASPIRANTI SCRITTORI – #5: Parla il quarto puntino sospensivo

Dove piccoli oggetti inanimati vengono a ribadire l’ovvio.

Ciao. Io sono il quarto puntino sospensivo. Per quel che vale potrei essere anche il quinto, il sesto, il decimo, il ventitreesimo. Tutti i puntini sospensivi dopo di me sono miei omologhi. Siamo gemelli: io, il quarto puntino sospensivo, tutti gli altri che hai infilato o potresti aver infilato o hai avuto la tentazione di infilare dopo di me. Sono tali e quali a me. Inutili. Inservibili. Ridondanti. Sbagliati. Io sono il quarto puntino sospensivo, il primo di una lunga schiera di segni grafici che non avresti mai dovuto usare. Sono il tocco in più sul tasto fra il segno virgola e il segno trattino. Il colpo di anulare che potevi risparmiarti.

Nella catena di sospensione della frase lasciata a metà io sono quell’oggetto microscopico a una dimensione che non significa più sospensione della frase. Dopo i miei lontani, lontanissimi cugini primo secondo e terzo puntino sospensivo, io e quelli dopo di me non facciamo altro se non sospendere non più la frase che ci precede, ma il giudizio di chi legge. E non mi riferisco a quella sospensione del giudizio, ma a un cambio di direzione nell’approccio critico del lettore.

Aspirante scrittore che mi hai scaraventato nel vuoto digitale immenso di questo file, devo dirtelo chiaramente, giacché mi trovo qui e non posso far altro, a questo punto, che reclamare una voce, e metterti in guardia, perché sono un bit e voglio giocarmi questa possibilità di modificare il corso degli eventi: chi sta leggendo le tue cose, benché prive di valore o non proprio mature, si indispettisce assai per questa mia presenza qui, oltre la frase sospesa e non più sospesa. Io non devo esserci, capito? Non devo figurare qui come comparsa per sottolineare il senso di sospensione della tua frase malamente costruita, non servono altri segni dopo i miei lontani cugini primo secondo e terzo puntino sospensivo per restituire graficamente l’idea della frase tagliata a metà e lasciata a decantare in un limbo narrativo. Cioè: se mi tiri in ballo perché secondo te non bastano tre puntini sospensivi per sospendere adeguatamente una frase o un pensiero o un mozzico di dialogo, allora ti sbagli.

La sospensione autentica della frase è un effetto che devi realizzare sotto altri aspetti, con modalità non grafiche che riguardano il (e stanno nel) cosiddetto contesto (che è una parola che significa poco o nulla, ma non sono qui per fare filosofia a buon mercato). A livello grafico, invece, la sospensione è resa sulla pagina con tre puntini sospensivi. Non uno, sarebbe punto fermo. Non due, non quattro, non ventotto. Tre! Tre dannati puntini sospensivi. Lo stabilisce una convenzione che avresti dovuto imparare a scuola, vent’anni fa, quando non avresti mai neppure immaginato che un puntino partorito per errore o disattenzione o sciatteria venisse a dirti come fare quello che fai. Non fare le cose a cazzo. Rispetta chi ti legge. Fagli leggere delle cose che almeno siano corrette nella punteggiatura. Lo so, non è facile, la punteggiatura sembra quella cosa che uno dice “e che ci vuole”, e invece poi ci vuole, eccome se ci vuole. Però questa è semplice. Ripeto: i puntini sospensivi sono tre. Puoi farcela. Adesso cancellami, e vai avanti. Ciao.

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