STORIE MINIME DI ASPIRANTI SCRITTORI – #4: Breve parentesi suicida

Dove si alza un po’ il tiro, per capire chi resta e chi, invece, va

Chi lo sa cosa ti passa per la mente, a te, giovane aspirante scrittore che aspiri e traspiri e che più o meno ispirato metti giù qualcosa, di tanto in tanto, nelle pause dal lavoro o la domenica mattina. Cosa ti passa per la testa, disperante scrittore? Perché insisti nello scrivere? Devi sapere un po’ di cose: la prima è che il mio compito è quello di selezionarti, di testare il tuo limite e di capire se sei buono o se sei carne da editoria a pagamento. La seconda è che finora avevamo scherzato, e stavolta, per dirti che faccio sul serio, passo la parola a Michel Houellebecq, incollando a bella posta degli estratti dal suo Restare vivi, contenuto nella raccolta di scritti La ricerca della felicità (Bompiani, 2008 – traduzione di Fabrizio Ascari). Houellebecq parla, soprattutto, della scrittura poetica, ma visto che la Poesia comprende tutto, va benissimo anche per te, che scrivi raccontini e che cerchi una via d’uscita. Se dopo questa cosa continuerai a scrivere, se anziché demordere ti sentirai ancora più motivato, se non avrai deciso di formattare il computer con dentro il backup di tutti i tuoi file .doc, allora ci rivedremo alla prossima. Sei pronto? Andiamo.

Il mondo è una sofferenza dispiegata. Alla sua origine, c’è un nodo di sofferenza. Ogni esistenza è un’espansione e uno schiacciamento. Tutte le cose soffrono, finché esistono. Il nulla vibra di dolore, fino a giungere all’essere: in un abietto parossismo.

Gli esseri si diversificano e diventano più complessi, senza perdere nulla della loro natura originaria. A partire da un certo livello di coscienza, si produce l’urlo. Ne deriva la poesia. E anche il linguaggio articolato. Il primo passo poetico consiste nel risalire all’origine. Cioè: alla sofferenza.

Non vi sarà possibile trasformare la sofferenza in scopo. La sofferenza è, e perciò non può diventare uno scopo.

Nelle ferite che ci infligge, la vita si alterna fra il brutale e l’insidioso. Fate in modo di conoscere queste due forme. Praticatele. Acquisitene una conoscenza completa. Distinguete ciò che le separa, e ciò che le unisce. Molte contraddizioni, allora, saranno risolte. La vostra parola guadagnerà in forza, e in ampiezza.

Coltivare l’odio di sé. Odio di sé, disprezzo degli altri. Odio degli altri, disprezzo di sé. Mescolare tutto. Fare la sintesi. Imparare a diventare poeta è disimparare a vivere.

La vita è una serie di test di distruzione. Superare i primi test, essere bocciati agli ultimi. Fallire la propria vita, ma fallirla di poco. E soffrire, sempre soffrire. Dovete imparare a sentire il dolore attraverso tutti i vostri pori. Ogni frammento dell’universo deve essere per voi una ferita personale. Però dovete restare vivi, almeno per un certo tempo.

Quando susciterete negli altri un misto di pietà spaventata e di disprezzo, saprete di essere sulla buona strada. Potrete cominciare a scrivere.

Credete alla struttura.

Non sentitevi obbligati a inventare una forma nuova. Le forme nuove sono rare. Una per secolo è già tanto.

La maggior parte delle forme nuove si produce non partendo da zero, ma per lenta derivazione da una forma anteriore… è del tutto paragonabile all’evoluzione animale.

Un poeta morto non scrive più. Di qui l’importanza di restare vivi.

Non conoscerete mai esattamente la parte di voi che vi spinge a scrivere. La conoscerete soltanto sotto forme approssimative e contraddittorie… Davanti alla vostra ignoranza, davanti alla parte misteriosa di voi stessi, rimanete onesti e umili.

Detto ciò, sopravvivere è estremamente difficile. Si potrà pensare ad adottare una strategia alla Pessoa: trovare un piccolo impiego, non pubblicare nulla, attendere tranquillamente la morte. In pratica, si andrà incontro a difficoltà importanti: sensazione di perdere il proprio tempo, di non essere al proprio posto, di non essere stimato per quel che si vale… tutto ciò diventerà presto insopportabile. Sarà difficile evitare l’alcool. Alla fine l’amarezza e l’acrimonia faranno la loro comparsa, presto seguite dall’apatia e dalla sterilità creatrice.

Rispettate i filosofi, non imitateli; la vostra strada, purtroppo, è altrove. È indissociabile dalla nevrosi. L’esperienza poetica e l’esperienza nevrotica sono due strade che si incrociano e che finiscono il più delle volte col confondersi: ciò per dissoluzione del filone poetico nel fiotto sanguigno della nevrosi. Ma non avete altra scelta. Non c’è altra strada.

Il lavoro permanente sulle vostre ossessioni finirà col trasformarvi in relitti patetici, minati dall’angoscia o devastati dall’apatia.

Credete nell’identità fra il Vero, il Bello e il Bene.

La società in cui vivete ha lo scopo di distruggervi. Voi avete lo stesso scopo nei suoi confronti. L’arma che userà è l’indifferenza. Non potete permettervi di adottare lo stesso atteggiamento. Passate all’attacco!

Approfondite i soggetti di cui nessuno vuole sentire parlare. il rovescio della medaglia. Insistete sulla malattia, sull’agonia, sulla bruttezza. Parlate della morte e dell’oblio. Della gelosia, dell’indifferenza, della frustrazione, dell’assenza d’amore. Siate abietti, sarete veri.

Non aderite a niente. Oppure aderite, e poi tradite subito. Nessuna adesione teorica deve trattenervi molto a lungo. L’attivismo rende felici e voi non dovete essere felici.

Non potete amare la verità e il mondo. Ma avete già scelto. Il problema consiste adesso nel mantenere tale scelta. Vi invito a non scoraggiarvi. Non che abbiate qualcosa in cui sperare. Anzi, sappiate che sarete molto soli. La maggior parte delle persone scendono a patti con la vita oppure muoiono. Siete dei suicidi vivi.

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