STORIE MINIME DI ASPIRANTI SCRITTORI – #3: L’uomo che voleva essere David Foster Wallace

Dove si dice di cose divertenti, come il correttore automatico di Word

DFW visto da Tommaso Pincio

All’indomani del 12 settembre 2008, un aspirante scrittore si imbatte nella notizia del suicidio di David Foster Wallace (d’ora in avanti DFW). Dopo aver letto una manciata di articoli online, nessuno dei quali più lungo di una news, notando un interesse generale verso uno scrittore che non aveva mai letto e che già dal nome gli sembrava complicato, iniziò a compulsare la rete alla ricerca di notizie più sostanziose. La homepage di facebook, d’altronde, era piena di rimandi e link e citazioni e messaggi di cordoglio e sconforto e disperazione da parte di molti suoi (dell’aspirante scrittore) stimati contatti. Dopo mezz’ora aveva deciso che DFW era (stato) il più grande scrittore al mondo, il più autentico, la “voce migliore della sua generazione”, l’uomo che aveva precorso i tempi traghettando gli esercizi di bravura del postmoderno verso una forma di letteratura urgente e necessaria e ulteriore. Et cetera, et cetera. Dal momento che farsi una opinione infallibile era una sua (dell’aspirante scrittore) abilità conclamata, non ritenne necessario metterla in discussione, e accantonò il pensiero fastidioso che, insinuandosi nella sua mente in forma di remore di ordine morale, gli suggeriva e ricordava che di DFW possedeva un solo libro che per giunta non aveva mai letto. La sua opinione in merito a DFW (scrittore gigantesco, inventiva straordinaria, voce autentica dell’occidente del terzo millennio) la vedeva come un a priori obbligato, soprattutto tenendo conto della sua (dell’aspirante scrittore) passione per la letteratura nordamericana e per le serie TV. Il suo contributo su facebook, a questo punto necessario, recitava così: “Oggi la letteratura mondiale ha perso metà del suo valore. RIP DANIEL FOSTER WALLACE.” Cinque minuti dopo, non riusciva a spiegarsi una apparente emorragia di contatti: i suoi “amici” erano passati da 238 a 220. “Facebook oggi fa le bizze,” pensò. Si accorse dell’errore solo dopo un commento che diceva “LOL… Daniel FW!!! AHAHAHAHAHA!!!” Lanciò nell’aria qualche decina di bestemmie, poi andò a recuperare Brevi interviste con uomini schifosi, che era quell’unico libro del grande autore americano che possedeva e che non aveva mai letto. Cancellò lo status infelice.

Andiamo avanti di qualche mese. Il nostro aspirante scrittore ha letto le Brevi interviste con uomini schifosi, Una cosa divertente che non farò mai più, La ragazza dai capelli strani, Oblio, La scopa del sistema, Verso occidente l’Impero dirige il suo corso. Ognuno di questi libri è stato valutato con cinque stelle sulla sua libreria aNobii, a conferma del fatto che la sua primissima opinione aprioristica era e rimane esatta. Ha a che fare con un genio, con il genio nella sua manifestazione più umana e potente. La sua scrittura (la scrittura dell’aspirante scrittore) non può non risentire dell’influenza di DFW. L’aspirante scrittore inizia a scrivere bozzetti senza trama, racconti in cui di fatto non avviene nulla di significativo, a parte brevissimi lampi epifanici, storie in cui fioriscono subordinate ad incastro, rimandi metatestuali, note in calce che aprono altre note che comunque non dicono nulla, costruzioni di frasi complicatissime che vanno avanti a perdifiato, dove spesso i concetti partono per la tangente e muoiono di morte naturale cedendo il testimone ad altre immagini in maniera ricorsiva e del tutto fredda, cerebrale, autoindulgente, masturbatoria. Questi bozzetti non comunicavano nulla neppure a lui, all’aspirante scrittore, se non una discreta (ma non eccelsa) abilità con le regole della sintassi e un lessico piuttosto ricco. Ne collezionò una ventina, poi decise di stamparli. Una volta riletti su carta, andò subito al computer e cancellò i file. Poi svuotò il cestino. Gli scese una lacrima in cui era racchiuso gran parte del suo ineluttabile sconforto. Decise che tutto questo era pura e semplice falsità, e se aveva capito qualcosa del messaggio di DFW era proprio che la falsità e l’ipocrisia, nella dinamica del riconoscimento, sono forse le più feroci tra le bestie nere che minano l’esistenza di una persona.

L’uomo che voleva essere DFW non era DFW. Ogni volta che scriveva “Wallace” su un documento elettronico, il correttore automatico gli trasformava “Wallace” in “Fallace”.

Il 12 gennaio 2012, l’aspirante scrittore salì su una nave da crociera. Il giorno dopo, intorno alle nove e mezza di sera, la nave naufragò al largo dell’Isola del Giglio. Mentre uno scoglio la apriva come una scatola di sardine, l’aspirante scrittore era nella sua cabina, intento a sistemare i primi appunti di viaggio su di una Moleskine acquistata il giorno prima a Civitavecchia. “Se l’hanno usata Hemingway e Van Gogh”, pensò l’uomo che voleva essere DFW, “di certo l’avrà usata anche DFW”. Aveva deciso di affrontare la sua prima crociera indossando una vistosa bandana, che però aveva il difetto di avvicinarlo più a Silvio Berlusconi che a DFW.

Il nome dell’aspirante scrittore finì nel registro delle 32 vittime accertate di quello che sarebbe passato alla cronaca come il disastro della Costa Concordia. Una cosa divertente che non farà mai più.

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