LUOGHI COMUNI – Da Francesco Pacifico a Michel Houellebecq, chiedendoci se fuori è bello

Un libro che mi piacerebbe leggere, uscito fresco fresco per minimum fax, è il Seminario sui luoghi comuni di Francesco Pacifico. Iniziato come un corso di scrittura (e di lettura) creativa a puntate su minimaetmoralia, il libro raccoglie e analizza alcuni grandi passi della letteratura moderna mettendoli in relazione dialettica con la contemporaneità. Cosa significa? Il sottotitolo del libro è Imparare a scrivere (e a leggere) con i classici, e il suo obiettivo è quello di aiutare chi scrive, fornendo all’aspirante autore delle chiavi di lettura inusuali sui classici della letteratura moderna. I luoghi comuni cui il titolo accenna sono il fulcro su cui far leva per ampliare la consapevolezza autoriale dell’aspirante scrittore X nell’anno 2012. Scrive Pacifico nella prima puntata online del corso:

Col passare dei decenni i dettagli dell’esperienza cambiano radicalmente, e ciò che leggiamo – pastranofiacrela dote,corsetto – diventa spesso inutilizzabile. Cosa possiamo mettere al posto di pastranofiacrela dotecorsetto? Cosa c’è da dire, adesso, qui, al posto di quel che ha detto Gogol’ a Pietroburgo nell’Ottocento, Gadda in Brianza sotto il fascismo, Arbasino su autostrade appena aperte, in decappottabile? E queste sostituzioni inevitabili non trasformano per intero il paesaggio di un paragrafo, esigendo e suscitando ritmi e sentimenti diversi? Cos’è una ragazza il cui ragazzo non vuole sposarsi, oggi, rispetto alla Roma degli anni Sessanta o alla Pietroburgo di metà Ottocento?

Poi non lo so, è un periodo che fioriscono un po’ ovunque le indicazioni su come scrivere meglio, e tempo fa avevo messo insieme una specie di compilation, per nulla esaustiva e troppo poco concreta per essere d’aiuto a chicchessia. Il libro di Pacifico mi sembra invece che vada in una direzione di concretezza e sana utilità. Tutto qui.

Il fatto è che mi sono messo a scrivere questo post perchè volevo riportare un brano di Michel Houellebecq, contenuto in La possibilità di un’isola (la copertina più brutta del mondo, detto fra noi), un breve passaggio in cui si parla del luogo comune per eccellenza, del non plus ultra delle chiacchiere da autobus, della quintessenza del riempitivo nei discorsi in carenza di argomenti. Che tempo fa?

È per effetto di un’antica appartenenza animale che le persone hanno tante conversazioni a proposito della meteorologia e del clima, per effetto di un ricordo primitivo, impresso negli organi sensoriali e collegato alle condizioni di sopravvivenza nella preistoria. Quei dialoghi dalla scaletta immutata, convenzionali, continuano a essere tuttavia il segno di una posta in gioco reale: anche se viviamo in appartamenti, in condizioni di stabilità termica garantite da una tecnologia affidabile e ben sperimentata, ci è impossibile liberarci dal nostro atavismo animale; è così che la piena consapevolezza della nostra ignominia e della nostra infelicità, del loro carattere totale e definitivo, può manifestarsi per contrasto soltanto in condizioni climatiche sufficientemente favorevoli.

Non so come mettere insieme le due cose, ma il fatto che Houellebecq arrivi a queste vette di speculazione, non facendo altro che confermare una profondissima cifra stilistica e culturale, mi ha fatto pensare all’importanza dei luoghi comuni. E, al solito, mi ha dato le vertigini, anche se un po’ mi ha pure depresso. Fortuna che oggi c’è il sole.

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