Quasi un messaggio promozionale: un raccontino per il Natale che verrà

Ritorno dopo molto tempo su questo spazio con una notizia che mi rende felice. Agli inizi di settembre ho comprato Internazionale (mi incuriosiva un racconto-reportage di Jonathan Franzen che aveva a che fare con l’isola di Más Afuera e con le ceneri di David Foster Wallace) e ho trovato la pagina pubblicitaria di una specie di concorso letterario, una selezione di racconti a tema sulle vacanze di Natale. A risuonarmi familiare era il nome del curatore della cosa: Simone Caltabellota. Ho partecipato al concorso e sono stato selezionato. Well done. Il volume è uscito in questi giorni per Cooper. Il mio racconto si intitola Il solito paio di guanti ed è liberamente ispirato da Canzone di Natale degli Zen Circus. Questa qui sotto è la copertina: subito dopo, se volete, potete leggere il mio racconto, o scaricarvi il pdf, se vi scoccia leggere a video. I commenti sono aperti.

IL SOLITO PAIO DI GUANTI

C’è Caterina che gioca con le mani dentro il presepe. E c’è mia madre. E lo sguardo di mia madre che dice tutto. Poi c’è Giacomo, mio fratello, dieci anni più di me e già una figlia di tre. “Le mani dentro la capanna no,” dice mia madre a Caterina, ma lo sguardo di mia madre cerca quello di Giacomo, solo che Giacomo non ha proprio l’abitudine di riprendere sua figlia se sua figlia sta facendo una cazzata (spostare il bambinello dalla capanna al laghetto e mettere al suo posto, dentro la mangiatoia, uno a caso fra il bue e l’asinello è quello che mia madre tenderebbe a definire una cazzata) e poi Giacomo è in salotto, alle prese con l’aperitivo natalizio e soprattutto con nostro padre, che gli sta illustrando la sua ultima teoria su queste giovani donne che ti lasciano con una figlia di tre anni per andarsene con dei cinquantenni con tre nomi e due cognomi e un centinaio di cravatte orrende. La parola “puttana” risuona così spesso che mia madre si sente in dovere di mettere un po’ d’ordine. “Ti ricordo che è Natale,” dice. “E comunque potete venire di là che iniziamo.” Caterina non mi ha mai chiamato zio, adesso che ci penso.

Al tavolo, sul lato che dà sulla libreria, c’è mia nonna. Ha davanti un’esposizione di tartine e bruschette che manda giù come se fosse stata a digiuno dallo scorso Natale, e si sente il cloc cloc della dentiera. Non ha un dente suo, però si abbuffa di bruschette. Io chissà se riesco a mangiare. Oggi sto a secco, e prego Dio di non stare troppo male mentre tutti gli altri iniziano a pregare Dio per il cibo che ci ha donato e perché provveda anche per chi non ne ha. Quest’anno, fra gli zii di Germania e relativa cuginanza con le ferie bloccate, quella stronza che ha mollato Giacomo, zio Enrico che se ne va al mare a Sharm (ma è una palla: io e Giacomo lo sappiamo, che se n’è andato in Tailandia a ripulirsi le valvole) – quest’anno mancano un po’ di persone, e la cosa dispiace un po’ a tutti, tranne a mia madre che ha preparato per la metà della gente e laverà la metà dei piatti e forse ce la farà ad andare alla messa delle sei. A me va piuttosto male: meno persone al pranzo di Natale uguale meno bustine con soldi, uguale meno roba, meno botta, meno gioia e spensieratezza, più lacrime e stridore di denti. Mi viene un brivido, un preavviso, qualcosa che mi dice di stare accorto. Fra un po’ inizierò a sentirmi morire.

Ho diciott’anni e sono un tossico. Definisco il concetto, fra me e me, quando la sorella di mia madre, Giovanna, mi dice che mi vede sciupato. Mi sono venduto il motorino nuovo, zia Giovanna, solo per farmi dei buchi nelle braccia. Vorrei dirglielo, ma non glielo dico, faccio spallucce. Zia Giovanna non si è sposata, la chiameranno signorina fino a quando non morirà – e forse anche dopo. Giacomo mi ha detto di alcune voci secondo cui si sputtana giorno e notte nelle chat alla ricerca del maschio, del vitello d’oro che dovrebbe sposarsela a quarantasette anni, non proprio brutta ma decisamente esaurita. Io non so se crederci: secondo me si guarda solo tonnellate di video su youporn. Zia Giovanna è zitella, malata di mente, beve solo Fanta e qualche volta si piscia addosso, però sa navigare in Internet e gestisce il sito dell’azienda di mio padre (che non si piscia addosso e sa illustrare nei dettagli i pro e i contro di qualsiasi profilo in alluminio ma non ha mai imparato ad accendere un computer). Mia madre le riempie un bicchiere di Fanta e la distrae il tempo giusto perché Giacomo le metta nei tortellini in brodo una pasticca che chiamiamo terapia. Una volta ne ho ingoiata una e sono andato con gli altri in montagna e ricordo soltanto di essermi svegliato da solo, il mattino dopo, e non sapevo neppure dove diavolo mi trovassi ed ero tutto sporco di vomito e non sapevo se quel vomito fosse il mio. A proposito: ecco il secondo brivido d’avvertimento, mi è corso fra le scapole come una stella cometa, ma col cavolo che arriveranno i Re Magi a portarmi oro incenso e roba. Il secondo brivido è quello che mi introduce alla voglia, poi la voglia diventerà desiderio fisico e il desiderio fisico si trasformerà in bisogno e necessità, e il bisogno/necessità si indurirà sulla mia schiena come il legno di una croce pesantissima – altro che Natale, altro che mangiatoia, altro che Adeste fideles.

Non ho un soldo per farmi, figuriamoci per farmi delle belle vacanze. La prospettiva è quella di starmene in casa di giorno per uscirne solo la sera, cercare di rimediare qualcosa con gli altri, fare infinite soste di grappini e fernet al bar prima di indovinare la serata che al massimo potrà portarci in qualche concerto o veglione o tombolata o mercante in fiera in cui metteremo nel montepremi anche delle pillole di subutex che Cico avrà rubato al SERT. Non ho ancora un piano per la notte di Capodanno, ma succeda quel che succeda dovrò rimediarmi un po’ di roba entro il trenta, che poi già lo so che scompariranno tutti. Non è per niente facile, così. Le subutex vanno bene fino a un certo punto: iniziare l’anno nuovo fatto di una specie di surrogato mi porterà male di sicuro.

Mio padre mangia in silenzio, beve in silenzio, e ogni tanto getta un’occhiata di intesa a Giacomo, e fra loro due vedo che si materializza ancora l’eco della parola “puttana”, e lo vede anche mia madre, che per non pensarci prende in braccio Caterina e le imbocca lentamente delle lasagne che sembrano cervella spappolate. Caterina non ha detto una parola da quando è arrivata: Giacomo ne sta parlando con papà, dice che non sa come fare, dice che pensa a qualcosa tipo assistente sociale o insegnante di sostegno o psicologo dell’infanzia, dice che non sa. Mio padre ripete a denti stretti “quella puttana”, poi butta giù un bicchiere di vino pieno fino all’orlo. Mamma tiene le mani aperte sulle piccole orecchie innocenti di Caterina. La TV è accesa e me ne accorgo solo quando si materializza Mara Venier che strilla “Buon Anno a tutti” e poi si corregge con la scusa della diretta e si mette a ridere con Massimo Giletti e sono tutti e due così coglioni che mi viene di colpo la strana voglia di sentire il Bambino Bauli che canta A Natale puoi – ma dura poco. Il cloc cloc della dentiera di mia nonna dà un che di sereno alla tavolata ristretta: è consuetudine domestica, armonia, nucleo familiare, Buon Natale. Una pentola sempre sul fuoco. Però arriva comunque un terzo brivido. È una pentola a pressione: può scoppiare.

Mamma si dà da fare in cucina, prepara i piatti che poi zia Giovanna porta in tavola. Questo dovrebbe essere il secondo, il primo di chissà quanti, arrosto di chissà che. Caterina sta in mezzo ai piedi, ma non sembra partecipare alle cose, un po’ come me, che almeno sto in disparte. Nel mio angolo di astinenza, decido che sto troppo di merda per continuare a fingere di mangiare. Sudo freddo, mi sento legnoso, stringo i denti. Giacomo mi guarda come il fratello maggiore che ha capito tutto ma vuol comunque farti notare che le tue sorti con la droga, al momento, sono la sua ultima preoccupazione. Papà sta guardando l’oroscopo di Branko, Caterina guarda nonna che fa cloc cloc con la dentiera, nonna non guarda niente e comunque ci vede quasi zero. Ci fosse zio Enrico avrei già una cinquantina d’euro in tasca, mi ci farei una stagnola in garage, dove c’era il motorino che non c’è più. Una stagnola per stare buono, adesso. Ci fossero quelli dalla Germania sarei a posto fino alla Befana. E invece mi toccherà scartare il pacchetto che vedo sul divano, e sarà il solito paio di guanti con l’interno in pile, resistenti allo zero assoluto, come se dovessi andarci in Antartide, come se non ne avessi già un cassetto pieno. Mi alzo, sguscio dietro mia nonna, afferro il pacchetto e vado di là. Chiamo il tipo.

“Pronto.”
“Ciao, Abdul, sono io.”
“Ah, ciao bello!”
“Senti… allora ci si può trovare verso le cinque…”
“Sì sì, vai, tutt’apposto.”
“Eh… Abdul, senti: io c’ho… io c’ho venti euro.”
“E allora niente, o mi dài soldi tutti o niente.”
“Aspetta aspetta: senti… io… io c’ho un paio di guanti, nuovi, c’hanno sempre l’etichetta…”
“Nz nz nz nz nz…”
“No ma… ma sono belli… e poi ti fanno comodo a te, con questo freddo… sei africano…”
“Ma che cazzo vuoi, dammi soldi, ci vuole trent’euro almeno…”
“Dài, Abdul, per stavolta… ti porto venti… e i guanti. Dài, è Natale…”
“E m’importa un cazzo a me del Natale, io mussulmano…”
“Ma per favore, Abdul…”
“’Nz nz nz nz nz…”
“E dài cazzo, Abdul, sto male!”
“E se stai male vai ospedale.”

Esco di corsa, mia madre mi insegue per le scale urlandomi di aspettare almeno il panettone, che stando ai miei calcoli potrebbe materializzarsi sul tavolo natalizio fra non meno di tre ore. Vorrei anche, ma tre ore in questo stato, inchiodato al mio posto a guardare le pietanze che arrivano e spariscono come in linea di montaggio, la luce ferma che entra dal balcone, Caterina con lo sguardo spento, zia Giovanna che potrebbe pisciarsi addosso da un momento all’altro, papà che apre bocca solo per imprecare a denti stretti, la dentiera di nonna che fa cloc cloc, Malgioglio in TV che canta Bianco Natal – tre ore così non le sopporterei neppure se avessi la certezza di una bustina piena di polvere scura e appiccicosa nel taschino della camicia. Mi viene richiesta una soluzione immediata: è il mio corpo che comanda, il mio corpo adesso reclama come minimo una fumata di cobret.

Sul mobiletto, nell’andito in fondo alla scalinata: le chiavi di casa di mia nonna. Le afferro, esco di casa, faccio le scale esterne, entro in casa di mia nonna con passo molle, vado in camera sua. L’occasione fa l’uomo ladro e aguzza l’ingegno del tossico che cerca soldi, e pur non sapendo dove cercarli il tossico sviluppa l’intuito giusto e apre il cassettone in camera da letto della nonna portatrice di dentiera sonante, e in non più di dieci secondi, rivoltando con cura sottane e mutandoni e scialli e calze color carne spesse come feltro, la mano ladra del tossico arriva al centro esatto dell’azione. D’altronde mia nonna di pensione prende quasi nulla, ma tanto cosa dovrà farsene dei risparmi? Quante paia di guanti potrà comprarci? Prendo solo cento euro, una banconota e basta, ce la rimetto appena le cose vanno meglio. Lo giuro. Chi non si fiderebbe della parola di un tossico? Esco con attenzione e torno su per rimettere le chiavi sul mobiletto in casa mia. Nessuno mi sente rientrare. C’è solo Caterina in cima alla scalinata che mi guarda senza interesse. Dovrò dire a Giacomo di comprarle dei vestitini più decenti. Metto l’indice davanti alla bocca e le rivolgo uno sguardo da vero zio mentre mi chiudo alle spalle il portone in alluminio verniciato.

Allora cosa faccio: corro verso la stazione. Ma se dico “correre” è solo perché ormai ci sono quasi, vedo il compimento a non più di venti minuti, il boss del Natale S.p.a. che mi aspetta al solito pilone. In realtà non sto correndo: mi sto solo affrettando, guido il mio corpo verso la meta, e il mio corpo si muove a scatti convulsi e ridicoli come un burattino rincoglionito. Ho la sensazione di correre su un tapis roulant ma in direzione contraria. Ai due lati della strada le finestre illuminate dal caldo metaforico del Natale-con-i-tuoi, con tutto il corollario di regali, dolci, bambini che recitano poesie in piedi sulle sedie, adulti annoiati che fanno il conto di quanto è costato il pesce, lucine intermittenti. A casa mia saranno arrivati a finire l’ennesimo secondo, il vino avrà fatto lievitare le preoccupazioni di Giacomo, Caterina non reciterà nessuna poesia, mio padre starà iniziando a desiderare il divano. E mia madre inizierà a pensare ai piatti da lavare, a una lavastoviglie dei desideri che neppure quest’anno le darà una mano. Mia nonna ha appena perso cento euro nascosti in un cassettone e la sua dentiera continuerà a fare cloc cloc. Le mie vacanze inizieranno fra mezz’ora al massimo, mi entreranno nel sangue e mi sentirò pronto e giusto come il bambinello nella paglia. Poi incontrerò Cico e Laura e Giovanni e faremo il conto di quello che abbiamo prima di decidere il da farsi. Corro nel freddo, scivolo sulle pozzanghere brinate, faccio nuvole di vapore che mi nascondono al mondo. Ho l’osso del collo indurito, le scapole che premono, i muscoli delle gambe elastici come potrebbero esserli se fossi morto. In giro non c’è un’anima. Non nevica da quanto è freddo. Vado dritto alla meta senza bisogno di stelle comete.

Arrivo, sono arrivato, ci sono quasi. La stazione la sento prima di vederla, prima di girare nel piazzale, è un’impressione olfattiva, il puzzo di fritto che arriva dal McDonald’s che nell’aria gelida e secca è ancora più nauseante, come sterilizzato, farmaceutico. Esiste un motivo perché McDonald’s sia aperto il giorno di Natale? No – o forse sì, forse il motivo è l’hamburger a un euro che sfama un po’ di derelitti umani e ingrossa i loro fegati già messi male. La stazione sembra abbandonata, chi volete che parta il venticinque dicembre alle tre e mezzo. Volontari di qualche associazione caritatevole fanno la ronda alla ricerca di barboni mezzi assiderati da salvare, portano thermos di caffè, panettoni equi e solidali, coperte. È Natale per tutti: per i benpensanti e per i messi male, per le famigliole felici e per quelli che dalla vita hanno preso solo bastonate, per i manager e per gli alcolizzati, per i senzatetto che hanno iniziato come me e che adesso non hanno più denti. È Natale anche per il sottoscritto, lo è ancora di più adesso che vedo Abdul al solito posto, vicino alla cabina telefonica fuori servizio. È lui: il mio Babbo Natale con le Nike di renna nuove. Arrivo, sono arrivato. Ciao, Abdul.

La meccanica è semplice, ma la meccanica non mi interessa. È lo scambio del sangue nel cilindretto di plastica opaca, il sangue che si mescola con la roba, il sangue arricchito ributtato in vena. Tutto qui. La meccanica non mi interessa. Quello che mi interessa è la botta, l’inizio di queste vacanze molli, nel sottopassaggio deserto. Da brava persona lascio la siringa usata sulla macchinetta obliteratrice e torno indietro, a guadagnarmi una poltroncina in sala d’attesa. Adesso va bene, il corpo è ritornato elastico, la temperatura è bella, non ho freddo e i brividi sono un ricordo lontano. Mentre faccio le scale per risalire mi sembra di non toccare il suolo: roba eccezionale, Abdul. Mi sbraco su una poltroncina vicino al finestrone: sono solo, e l’aria fuori è livida, tutto sembra racchiuso in un guscio di madreperla, o di ovatta, e io sono fatto come un pastorello davanti alla capanna, con un’erezione in corso, il calore negli avambracci, le gambe che non sento più. È tutto così immobile. La distesa dei binari vuoti sembra un disegno uscito male. E intanto, come una liberazione, mentre mi arrivano piacevoli conati di vomito e sembra che mi stia pisciando nelle mutande e non riesco a tenere gli occhi aperti, inizia a nevicare una roba finissima e congelata che cade sulla terra senza far rumore, come se gli fosse dovuto.

E tutto imbianca in fretta – il mondo un enorme pandoro.
Mi ribalto sulla poltroncina. Vomito. Poi mi sa che svengo.
Buone vacanze, a me.

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