Il cerchio

Nei limiti del possibile, mi piace non sporcare, mettere la carta da una parte e gli involucri di plastica da un’altra, separare vetro e metallo eccetera, e questo non tanto per assicurare a una fantomatica generazione successiva un mondo più decente, quanto per un buon senso fin troppo comprensibile e condivisibile (d’altronde nessuna delle generazioni che ci ha preceduto ha mai neppure lontanamente pensato che sarebbe stato giusto consegnare alle generazioni a loro successive, e quindi anche alla nostra, un mondo più pulito, sostenibile e tutto il resto, e va da sé che almeno io non mi sento moralmente obbligato a questo impegno per il futuro ovvero per il presente a venire di chi ci seguirà – ma insomma: il discorso non è questo, il discorso è agire con un minimo di pudore rispetto a quella forza che si chiama Natura, e se ogni tanto capita di sbagliare porterò pazienza, soprattutto se non si tratta di liquami industriali gettati in un torrente d’alta quota).

A quanto sembra, lo smaltimento degli pneumatici rappresenta una rogna senza fine: non ho conoscenze particolari, ma mi sembra di aver capito (da chiacchiere che prenderò con tutto il beneficio del dubbio di cui dispongo) che, se hai un copertone da eliminare, dovresti portarlo dal meccanico, il quale meccanico si adopererà per chiamare qualcuno di competenza affinché detto pneumatico possa essere smaltito (e quindi riciclato) seguendo tutto un percorso a basso impatto eccetera eccetera. Se ne deduce che è un procedimento piuttosto complesso, soprattutto perché gli oneri economici del tutto dovrebbero ricadere sul meccanico, e la cosa sembra costare un po’. È il motivo per cui capita di vedere pneumatici buttati un po’ dappertutto.

Rientrando a casa, vedo una macchina strapiena di pneumatici, in pieno quartiere, a ridosso delle antiche mura, parcheggiata di fianco a un gruppo di contenitori per l’umido o l’organico o chiamatelo come vi pare – sono contenitori per “scarti alimentari e materiali non riciclabili”, testuale. Fuori dalla macchina c’è questo tizio che si adopera con non poca fatica per svuotarla dagli pneumatici, che vanno a finire direttamente in uno dei cassonetti di cui sopra. Ma che testa di cazzo, osservo tra me e me, mentre svanisce del tutto la possibilità che riesca a dirgli qualcosa di intelligente sulla cazzata che sta facendo, l’imbecille, soprattutto perché guardandolo meglio ho capito che mi avrebbe massacrato di botte se solo avessi provato a chiedergli cosa diavolo stesse combinando – l’idiota, la testa di cazzo. Il tipo ha una bruttissima faccia, ed è visibilmente una testa di cazzo, e non so se ho reso il concetto di quanto sia testa di cazzo questa testa di cazzo.

Più avanti, a nemmeno cinquanta metri, un’altra batteria di questi cassonetti. Stavolta c’è un altro tipo, credo indiano, o bengalese, o cingalese. Lui dentro il cassonetto ci si immerge per tutta la metà superiore del corpo, alla ricerca di qualcosa da riportare a casa, da mangiare o da riutilizzare. Due gambe di indiano o bengalese o cingalese che se ne stanno appese senza toccare il suolo e penzolano dalla bocca pestilenziale di un cassonetto per scarti alimentari e materiali non riciclabili. Le braccia che ne scandagliano l’interno, nella monnezza. Si chiude il cerchio, mi dico. Ecco chi smaltirà certi danni.

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