Tommaso Pincio: Hotel a zero stelle (Contromano Laterza)

Allora iniziamo – via: il progetto, l’hotel, il dettato, l’umano, la portata.

Il progetto di Hotel a zero stelle rientra perfettamente nell’idea geografico-letteraria di Contromano, e ne esaspera la prospettiva: se questa collana si fonda su un approccio ai luoghi (che siano luoghi squisitamente sociali-antropici o luoghi del sentire – o se il luogo-libro di volta in volta ricavato sia la risultanza di diverse prospettive bio-geo-letterarie – poco importa), il libro di Tommaso Pincio va a restringere il campo metaforico a un unico edificio, popolandolo delle proprie istanze di vita per mezzo di riferimenti letterari e artistici.

L’albergo, dunque, l’hotel a zero stelle in cui, memore di un passato mai effettivamente trascorso da nomade delle guest house asiatiche e degli ostelli privi di intimità e inutili comfort, Pincio va a costruire una personalissima cosmogonia, è stipato di personaggi che hanno segnato la sua formazione letteraria. Il libro è costruito sulla pianta di questo albergo ideale abitato da splendidi reclusi della vita, da “vagabondi dell’anima… che ancora gironzolano alla ricerca di sé, senza troppa arte né parte”. I piani dell’albergo sono quattro, modellati secondo la mappatura della Commedia dantesca. Ad ogni piano corrisponde un’urgenza di vita dell’uomo-Pincio: la consapevolezza della necessità della menzogna e dell’inevitabilità di una forma di impostura (la selva oscura del primo piano), il terrore del fallimento (l’inferno del secondo piano), l’illuminazione della consapevolezza nei rapporti fra essere ed esistente (purgatorio, terzo piano), la scoperta del Senso che soggiace all’effimero della Vita (paradiso, quarto piano). Il capitolo introduttivo e quello posto ad epilogo perfezionano la circolarità dell’impianto del libro, chiamando in causa l’autore che entra per vie fortuite nel linguaggio letterario dopo aver realizzato l’impossibilità di continuare il percorso pittorico – percorso a cui invece ritorna, con rinnovata coscienza, alla fine del libro, nella vita attuale.

Se questo fosse un romanzo, e se ci trovassimo in altre epoche, potremmo parlare di un magistrale esempio di bildungsroman, con l’ideale della formazione umana che fa da colonna portante all’intera struttura del libro-albergo. Ma questo non è un romanzo, non si tratta in nessun modo di fiction. Hotel a zero stelle è per me un esempio notevole di creative non-fiction: saggistica letteraria d’autore con riferimenti biografici degli scrittori di volta in volta narrati (non “analizzati”, ma “narrati”); e poi c’è la scrittura in sé, la forma che è la sostanza.

La prosa di Pincio è sbalorditiva. È un dettato all’apparenza semplicissimo, dotato di un nitore interno che sembra autoalimentarsi e che è l’espressione autentica del cosiddetto piacere di leggere. Ha una luce tutta sua, una densità perfetta nei rapporti fra pieno e vuoto, e ti mette davanti all’evidenza che fare della scrittura un’operazione di ingegno è un dono. Questo dono si chiama talento: la scrittura di Pincio (in questo Hotel e – sono sicurissimo – negli altri libri che non ho ancora letto) è il talento dell’autore che fa sembrare semplicissimo mettere le parole una dopo l’altra. Quando mi trovo davanti a questo modo di scrivere, mi viene da pensare a come possa essere possibile la progressione. Com’è che una frase dopo l’altra mi ritrovo davanti a una tale quantità di argomenti? Mi sembra strano (e mi sorprende in positivo) che da una forma all’apparenza così semplice possa generarsi un contenuto così stratificato e multiforme. È una forma di sospensione della credulità, ma applicata alla forma, alla prosa in sé, al progredire delle frasi, al lessico apparentemente ordinario, alla ricerca sonora dissimulata in semplicità e naturalezza. Mi trovo davanti a quel modo di scrivere che ti fa sfogliare le pagine per poi tornare indietro regolarmente, perché non riesci a capire esattamente dove, nel testo, siano dislocati i punti di fuga – in pratica, sei in balìa dell’autore, che ti porta a spasso a suo piacimento nei vari corridoi della sua opera. È così che parti da Melville e ti ritrovi a leggere di Warhol prima di arrivare a Caravaggio. Allo stesso modo leggi di Márquez e ti ritrovi in casa di Burroughs, ubriaco marcio, che ammazza la moglie giocando al Guglielmo Tell con una pistola carica. Il tutto senza soluzioni di continuità, sviscerando gli aneddoti biografici più nascosti dei tanti scrittori trattati (Wallace, Parise, Dick, Kerouak, Simenon, Pasolini) in relazione al vissuto umano e intellettuale dell’autore.

Da una scrittura così nitida traspare chiaramente la bontà della persona, e se così non fosse mi trovo davanti a un inganno che lascio perpetrare volentieri. Pincio mi appare un autore validissimo e una persona autentica, sincera: tutto Hotel è (anche) un grosso brano diaristico, in cui vengono elencati, senza paura di mostrarsi nudo al pubblico dei lettori, momenti di riflessione intima sul proprio operato ed episodi cupi della propria storia personale. È sempre grazie alla potenza della scrittura, al piacere indotto dalla lettura, che questo ur-diario non appare affatto pesante, né autoriferito o tra virgolette ombelicale.

La portata, e ho finito: in un momento migliore, in un Paese che sappia valorizzare il lavoro culturale, in un Paese quale questo non è più, un libro del genere verrebbe adottato nei corsi di scrittura creativa, nei corsi universitari di letterature comparate, verrebbe suggerito per le vacanze per i liceali prossimi alla maturità e indicato ovunque come lettura obbligatoria per chi si interessa di letteratura contemporanea. Ho finito.

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